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Eretz Israel: costruzione di un mito P. 1

Narrazione sionista, mitologia biblica, realtà storica

Storia del sionismo e rapporto con la Bibbia

Nel corso dell’Ottocento “in Europa e, in misura minore, negli Stati Uniti si assistette ad un revival della Terra Santa, con la conseguenza che viaggi verso quel territorio, in particolare pellegrinaggi, divennero molto più diffusi che in passato”[1]. Una conseguenza di questo nuovo interesse portò, in particolare “nel contesto anglicano britannico” alla progressiva diffusione dell’idea secondo cui “la redenzione della Palestina […]sarebbe passata dal ritorno degli ebrei”[2]. Quest’idea secondo cui “gli ebrei fossero i legittimi padroni della Palestina” si affermò “ancor prima della nascita ufficiale del sionismo, trovando spazio soprattutto in ambienti politici britannici. Il nobile scozzese e comandante militare John Lindsay affermava: “«Il suolo della Palestina attende… attende il ritorno dei suoi figli esiliati, e un processo di industrializzazione commisurato alle sue capacità agricole, per sbocciare nuovamente in un rigoglio universale e tornare ad essere ciò che era ai tempi di Salomone»”. Un tale sentimento venne ripreso anche da David Hartley, filosofo inglese che asserì: «è probabile che gli ebrei saranno indirizzati in Palestina»”. Anche negli USA iniziò ad affermarsi una corrente di pensiero “a sostegno delle aspirazioni a una nazione ebraica in Palestina” e “alla costruzione di una nuova Sion”[3]. Nei resoconti dei viaggiatori, la Palestina era “rappresentata come desolata ma anche pressoché disabitata”, rendendo dunque “possibile un suo ripopolamento grazie all’immigrazione degli ebrei”. Il primo a sviluppare questa teoria “fu il reverendo Alexander Keith (1791-1880), ministro della Chiesa scozzese” che, nel 1843, “affermò che gli ebrei erano «un popolo senza un paese, sebbene la loro terra […] [fosse] in gran parte un paese senza popolo»”[4]. Un ulteriore sostegno a questa teoria venne dal movimento pietista tedesco del tempio, conosciuto successivamente come società del tempio, attivo in Palestina a partire dal 1860, che “ebbe origine dal luteranesimo tedesco diffusosi poi in tutto il mondo, incluso il Nord America” e che sviluppò “il suo interesse verso la Palestina” intorno agli anni 60 del XIX secolo. I seguaci del movimento “consideravano, nello schema divino per la redenzione e l’assoluzione, la ricostruzione di un tempio ebraico a Gerusalemme come un passo essenziale” ed erano convinti che se gli ebrei si fossero stabiliti nuovamente in Palestina “avrebbero accelerato la seconda venuta del messia”[5].

Dal punto di vista religioso, il territorio della Palestina era conosciuto per le tre religioni monoteiste come Terra Santa, a dimostrazione dell’importanza che esse le attribuivano. Dal punto di vista politico, invece, era conosciuto con il citato nome di Palestina, termine ricollegabile “a quella stessa Palashtun a cui fece riferimento il re assiro Sargon II (?- 705 a.C.) e che era impiegato nella cultura greca ai tempi di Erodoto (484-425 a.C.)” e che divenne d’uso comune con la dominazione dei romani, i quali, “dopo che venne sedata nel sangue la rivolta ebraica di Simon Bar Kokhba (? – 135 d.C)”, rinominano “Syria Palaestina la provincia della Giudea”. Con la ritirata dell’impero bizantino dalla regione in seguito all’invasione araba e “l’arrivo dei califfati omayyade e abbaside, la regione venne chiamata Jund Filastin [Distretto militare di Palestina]”. Anche in seguito di nuove invasioni e del cambio di dominazioni, come quelle fatimide, selgiuchide, crociata, haiubbide e mamelucca, il termine continuò ad essere utilizzato, anche se con minore frequenza. Sotto la dominazione ottomana “l’espressione Arz-i Filistin ve Surye [Terra di Palestina e Siria] era utilizzata di frequente nella corrispondenza ufficiale, così come nelle mappe stampate a Istanbul nel 1729 dal tipografo del sultano Ibrahim Muteferrika”. Oltre alla denominazione nelle fonti ufficiali amministrative, “tale termine veniva impiegato anche da persone comuni”[6]. Per ciò che riguarda la “questione della supposta assenza di popolazione, nel 1800 abitavano in Palestina circa 300.000 persone: 260.000 arabi di religione musulmana, 30.000 arabi cristiani e 10.000 ebrei”. Nel corso dell’Ottocento, “a seguito dei cambiamenti in atto e dello sviluppo economico di cui il paese fu beneficiato, la popolazione della Palestina aumentò considerevolmente”. Justin McCarthy, “ritenuto la fonte più attendibile per quanto riguarda la demografia”, sostenne che “nel 1850 la popolazione della Palestina […] ammontava a circa 340.000 persone, il 96% della quale araba”. Anche “David Grossman confermò questo dato, indicando in circa 400.000 persone la popolazione totale presente in Palestina a metà 800”[7]. La particolarità del territorio della Palestina rispetto ad altri territori extraeuropei stava nel “fatto che quella terra fosse letta a partire dalla Bibbia, come se la realtà del paese non contasse e la storia si fosse fermata a millenni prima”[8].

La nascita ufficiale del movimento sionista è identificata nella pubblicazione dell’opera Der Judenstaat, scritta da Theodor Herzl nel 1896 (1860-1904). Herzl “riuscì a creare un’organizzazione politica con l’obiettivo di realizzare concretamente l’idea di una rinascita nazionale ebraica”. Nella sua opera egli “parlò di uno stato con una propria sovranità su uno specifico territorio all’interno del quale gli ebrei avrebbero dovuto essere maggioranza della popolazione”[9]. Il primo Congresso sionista ebbe luogo a Basilea, sebbene durante quest’ultimo “non era stato ancora individuato il territorio su cui realizzare lo Stato ebraico”. Tuttavia, il sionismo si caratterizzò fin da subito come “un movimento di emancipazione nazionale che, in linea con i coevi nazionalismi europei ottocenteschi, riteneva che gli ebrei fossero una nazione e, come tutte le nazioni che sperimentavano il loro Risorgimento, avesse diritto di dare vita a un proprio stato-nazione su uno specifico territorio”. Fu solamente nel 1905, l’anno dopo la morte di Herzl, “che il sionismo decise di individuare il luogo ove costruire il proprio stato-nazione e la scelta cadde su Eretz Israel”, termine con il quale iniziò ad essere indicata la Palestina ottomana, “verso cui si era rivolta nel corso dei due millenni precedenti la diaspora ebraica, sognandovi un ritorno”[10]. Fu dunque “solo all’inizio del ventesimo secolo” che il concetto di Eretz Israel fu “convertito e raffinato in un concetto chiaramente geo-nazionale”[11]. Il movimento sionista andò a recuperare un elemento che apparteneva strettamente alla comunità ebraica della diaspora, ovvero la “diffusa e secolare aspirazione […] a tornare in Eretz Israel, a Sion – termine di origine cananea che può essere tradotto come collina-, il Monte su cui all’incirca nel 2400 a.C. era stato fondato il primo insediamento cananeo, ove nel XI secolo a.C.  si sarebbe sviluppata a Gerusalemme in qualità di capitale del Regno d’Israele”. Nell’immaginario ebraico “Eretz Israel era il luogo ove il popolo ebraico aveva goduto di autonomia con i regni di Saul, Is-Baal, Davide e Salomone, poi i regni di Israele di Giuda, e successivamente di Giudea, e da dove era stato allontanato a seguito della repressione di Tito nel 70 d.C. e di Adriano nel 130 d.C.”[12].

Nella seconda metà dell’Ottocento l’attaccamento a Sion passò da essere un elemento di natura religiosa ad un disegno politico che prevedeva la nascita di uno stato-nazione per il popolo ebraico. Questo ragionamento si inseriva all’interno del generale contesto dei nazionalismi europei, basati sull’idea che ogni popolo avesse diritto a un proprio stato. Un secondo elemento va ricercato nell’ondata di pogrom “che colpì tutte le comunità ebraiche della Russia, distruggendone centinaia, nel biennio 1881-82, in seguito all’assassinio di Alessandro II”. Questo evento ebbe un peso cruciale “per la nascita e gli sviluppi del sionismo”. “Vari intellettuali che erano stati fino ad allora fautori dell’emancipazione e dell’integrazione nella società russa dovettero cambiare idea giungendo a proporre una soluzione territoriale”. Come ulteriore causa si deve considerare “il processo di emancipazione che, a seguito della rivoluzione francese, aveva preso piede nell’Europa centro-occidentale” e che aveva visto gli ebrei ottenere “pieni diritti civili e politici” ed essere considerati cittadini, “come tutti gli altri, dei paesi in cui vivevano”. Comunque, l’emancipazione “apriva nuove sfide, a partire da quella l’identità ebraica, protetta fino ad allora dalle mura dei ghetti”, rendendo il sionismo “una delle possibili risposte a questa domanda”. L’ultimo elemento fu rappresentato “dall’antisemitismo crescente nella maggior parte dei paesi dell’Europa centro-occidentale”. “Davanti all’odio nei confronti degli ebrei, non rimaneva loro che una possibilità, l’emigrazione verso una propria patria, ove sarebbero stati maggioranza della popolazione e non avrebbero subito discriminazioni e persecuzioni” [13]. Come accennato in precedenza, alla base del movimento sionista, poi, vi era l’“attaccamento millenario della diaspora ebraica per Eretz Israel”, rafforzato “nel contesto drammatico dei pogrom e dell’antisemitismo europeo” e nutrito “degli ideali di emancipazione nazionale che circolavano in Europa nell’Ottocento”. Esso, però, “era anche ammantato di una visione coloniale, che riteneva la popolazione araba della Palestina non sufficientemente civilizzata e dunque non in grado di provare aspirazioni nazionali e di meritare un proprio Stato-nazione”[14]. Eretz Israel “fu inventata” nell’immaginario ebraico “come uno spazio territoriale in mutamento soggetto al dominio del popolo ebraico”[15]. Questo cambio di prospettiva portò con sé anche un nuovo approccio nei confronti del testo biblico, anche se, “per molti leader sionisti il riferimento biblico alla Palestina era solo un mezzo per i propri fini, e non l’essenza del sionismo”[16]. La trasformazione della Bibbia da testo religioso a testo patriottico-nazionalista richiese delle reinterpretazioni legate ad alcuni problemi contenutistici. Nel testo biblico “la parola «patria» (moledet)” appariva “un totale diciannove volte, quasi la metà nel libro della Genesi” e, “tutti i significati assegnati alla parola” riguardavano “la terra di nascita o il luogo di origine familiare di una persona”, e non contenevanomai “le dimensioni civili o pubbliche incontrate nelle culture della polis greca o dell’antica Repubblica Romana”. Nel testo biblico i protagonisti “non hanno mai cercato di difendere la loro patria per ottenere la libertà, né esprimono espressioni di amore civile per essa”.  I sostenitori dell’idea sionista che “usarono la Bibbia come atto di proprietà della Palestina” dovettero impiantare sul testo “il carattere di un libro nazionalista”, trasformandolo “da una raccolta di testi teologici che incorporavano trame storiche e miracoli divini volti a inculcare fede nei suoi lettori” ad “una raccolta di testi storiografici che contenevano solo una sfumatura di significato religioso opzionale”[17]. Il contenuto biblico non mancava tuttavia di offrire degli esempi di prestigio per giustificare il presunto ritorno del popolo ebraico in Palestina. Ad esempio, il libro di Giosuè che, sebbene criticato da molti studiosi “a causa della campagna di sterminio che descrive”, fu “il testo preferito in molti circoli sionisti”. Questi “resoconti della colonizzazione e del ritorno del popolo di Israele alla loro terra promessa diedero potere e fervore ai fondatori dello Stato di Israele, e colsero sulla somiglianza ispiratrice tra il Passato biblico e il presente nazionalista”[18]. Lo stesso Herzl “tentò di giustificare le aspirazioni ebraiche sulla Palestina partendo da riferimenti biblici, auspicando però allo stesso tempo la creazione di uno Stato ebraico organizzato secondo le principali filosofie politiche e morali invocato dell’Europa di quel periodo”. È probabile che egli fosse “più laico rispetto ai leader che ne presero il posto” dopo la sua morte, poiché “considerò seriamente territori alternativi alla Palestina, come ad esempio l’Uganda” ed “esaminò anche la possibilità di dirigere” le aspirazioni sioniste “verso altre destinazioni nel nord e nel sud dell’America o in Azerbaijan”. Dopo la sua morte “il sionismo cominciò a colonizzare la Palestina e la Bibbia divenne sempre più una risorsa, trasformandosi in una vera e propria fonte a riprova del diritto divino ebraico su quella terra”[19]. “Da questo momento in poi la Bibbia divenne la mappa del percorso per la colonizzazione sionista della Palestina”.  Si radicò “l’idea che Israele fosse la stessa terra promessa da Dio ad Abramo nella Bibbia”. Secondo questa ricostruzione Israele era esistito “fino al 70 d.C., quando i romani lo distrussero” e ne “esiliarono il popolo”. Parallelamente, secondo questa narrazione, dopo il 70 d.C., “quella terra rimase più o meno spopolata fino al ritorno dei sionisti”[20].“Per tutti i leader sionisti e la maggior parte degli intellettuali sionisti, era più comodo immaginarsi non come conquistatori di terre straniere, ma come salvatori”, di una terra, Eretz Israel, “che era sempre stata loro”[21]. Il testo biblico venne utilizzato anche da pensatori socialisti: “l’interpretazione della Bibbia come giustificazione divina del sionismo” li aiutò a “conciliare la loro adesione ai valori universali di solidarietà e uguaglianza con il progetto coloniale”[22]. Anche per i sionisti socialisti, “come affermò uno di loro, la Bibbia forniva «Il mito per il nostro ritorno sulla terra»”. Utilizzando la Bibbia come giustificazione della colonizzazione della Palestina, i sionisti socialisti si trovavano di fronte a un paradosso importante” poiché “quel Dio in cui non credevano gli aveva comunque promesso la Palestina”[23].

A partire “dagli anni ’30 in poi, la maggior parte degli storici sionisti si impegnò a fondo per stabilire e preservare” Eretz Israel “come fulcro dell’esperienza ebraica”, dando inizio ad “una produzione efficiente e coerente di un nuovo tipo di identità collettiva che rimodellò il passato ebraico, rendendolo più territoriale”[24]. Al momento della nascita dello Stato di Israele nel 1948 “gli autori della Dichiarazione d’Indipendenza” considerarono ovvio “che la fondazione dello Stato di Israele” in Palestina “fosse giustificata dal loro duplice diritto naturale e storico”[25] fondato sul racconto biblico. Dopo la fondazione dello Stato di Israele il periodo d’oro del sionismo venne associato “alla vita collettiva ed egualitaria incarnata nella Fondazione del kibbutz”. Una forma di esistenza che era “sopravvissuta per molto tempo dopo la Fondazione dello Stato di Israele e che ha attrattogiovani da tutto il mondo, curiosi di sperimentare il comunismo nella sua forma più pura”. Questa narrazione fece in modo che pochissimi di loro potessero rendersi conto o sapere “che la maggioranza di questi kibbutz era costruita sulle rovine di paesini palestinesi distrutti, la cui popolazione era stata espulsa nel 1948”. In proposito, “i sionisti affermavano […] che questi centri abitati erano vecchi siti ebraici menzionati nella Bibbia, e quindi che abitarvi non era occupazione ma si trattava invece di liberazione”. Per giustificare questa narrazione “un comitato speciale formato da archeologi biblici entrava nel villaggio deserto e determinava quale fosse il nome di quel luogo ai tempi biblici”[26]. Sebbene il concetto di Eretz Israel non sia mai corrisposto “al territorio sovrano dello Stato di Israele”, esso “è stato ampiamente usato per riferirsi all’area tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano” e, successivamente “anche a vaste aree situate a est del fiume”. Per più di un secolo “questo termine fluido è servito come strumento di navigazione e fonte di motivazione per l’immaginazione territoriale del sionismo”[27]. Dopo la fondazione e la stabilizzazione dello Stato, nutriti gruppi di “storici, archeologi, filosofi, studiosi della Bibbia e geografi continuarono a lavorare per rafforzare il diritto storico e i suoi derivati, cercando di trasformarli in assiomi, immuni a tutti gli sforzi analitici per confutarli”. A livello politico, “da Ze’ev Jabotinsky ai suoi eredi all’inizio del XXI secolo, gli intellettuali e i politici della destra sionista hanno considerato il loro diritto alla terra come ovvio e hanno fatto pochi sforzi per chiarirlo”. Costoro sostennero che “il diritto alla terra” fosse “concettualizzato come un diritto eterno” e che avesse “lo stesso peso nel passato, nel presente e nel futuro”. Di conseguenza, il diritto del popolo ebraico su Eretz Israel era rimasto “intatto di generazione in generazione”[28]. La religione, quindi, ha consentito ai sionisti di “invocare affermare un antico diritto morale” sulla Palestina, costituendo un elemento legittimante anche dopo la fondazione dello Stato di Israele, poiché, “dopo l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel 1967, Israele ha continuato a sfruttare le sacre scritture per scopi simili” [29], giustificando le conquiste con l’idea che Abramo, mitico fondatore del popolo ebraico, avesse “vagato tra Hebron e Betlemme, non tra Tel Aviv e Netanya”, e il re Davide, uno dei massimi simboli del nazionalismo ebraico, avesse “conquistato ed elevato la città di Gerusalemme situata a est della linea verde di armistizio di Israele [il confine tracciato dopo la guerra del 1948], non la fiorente città moderna situata a ovest”[30]

Storia antica della Palestina: racconto biblico e fonti archeologiche

Per ricostruire la storia antica della Palestina è possibile affiancare il testo biblico alle fonti provenienti dall’archeologia. Ciò consente di indentificare quali racconti siano effettivamente ancorati alla realtà storica e quali siano invece frutto di manipolazione. “Per circa tre secoli (dal 1460 al 1170 circa) la Palestina è stata sottoposta al diretto dominio egiziano”, il quale si manifestava tramite un controllo “per gran parte indiretto”, con “i piccoli re locali” che “conservavano la loro autonomia (ma non la loro indipendenza) come servi e tributari del faraone”[31].  La regione, che le fonti egizie definiscono con il termine di Terra di Canaan, “era divisa in un sistema di città-Stato dominate amministrativamente e militarmente dall’Egitto”, che estendevano il loro dominio anche ad una “costellazione di villaggi nei dintorni”. Per ricostruire il sistema delle città-stato di questo periodo una delle fonti più importanti è costituita dalle “lettere di El Amarna, datate al XIV secolo a.C.”, costituite da circa “370 tavolette d’argilla scoperte, alla fine dell’Ottocento, nell’Egitto centrale, nella località di El Amarna”. Esse rappresentano “una parte della corrispondenza tra i faraoni Amenofi III e Amenofi IV e i governatori delle città-stato di Canaan”[32].

Le fonti che provengono dalla tarda età del bronzo attestano anche la presenza di popolazioni nomadi nel territorio della Palestina, “definite con termini non geografici ma collettivi”. All’interno delle fonti “nessuno dei nomi delle tribù d’Israele, riportate dai testi biblici, è attestato in Palestina alla fine dell’età del bronzo”. Sebbene le fonti siano estremamente limitate, è comunque possibile ipotizzare “che quelle tribù” non si fossero “ancora costituite come entità auto-identificate”. Esistono “due sole menzioni di gruppi tribali, entrambe connesse alla terminologia biblica ma non ai nomi delle tribù classiche”. La prima delle due fonti è la stele di Bet-She‘an del faraone Sethi, che “riferisce di lotti tra gruppi locali” nella “zona attorno Bet-She‘an”. La stele fa riferimento anche ad una tribù identificata con il nome di Ramah. È ipotizzabile che “i membri di questa tribù si definissero «figli di Ramah» e che avessero come antenato eponimo un «padre di Ramah», che è il nome del patriarca Abramo”. La seconda fonte, databile a qualche decennio dopo, è la stele di Merenpath, che “celebra il trionfo del faraone in una campagna attraverso la Palestina”. Nell’elenco dei numerosi nemici sconfitti, oltre a molte città e territori, “c’è un nome col determinativo di «gente» (dunque un gruppo tribale, non sedentario)” identificabile come Israele. Si tratta della “prima menzione in assoluto del nome, che probabilmente va collocato nella zona degli altopiani centrali”. Abramiti e Israeliti “erano dunque nel XIII secolo [a.C.] gruppi pastorali attivi negli interstizi […] dell’assetto geopolitico palestinese, e tenuti a bada […] dall’azione militare egiziana”[33]. Il racconto biblico, invece, narra l’esistenza delle dodici tribù di Israele, in cui sarebbe stato diviso il popolo ebraico, ognuna delle quali avrebbe avuto come capostipite uno dei figli di Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. È difficile identificare il momento in cui, all’interno del processo di etnogenesi e formazione di un popolo, quest’ultimo definisca la sua consapevolezza come tale; se “è evidente che esisteva (o meglio si costituì) una tribù di Giuda nella zona di Gerusalemme ed Hebron”, che “costituì il supporto tribale al regno di David nel X secolo [a.C.]”, si può ritenere che “la tribù esistesse almeno un secolo prima”. In ogni caso, “è plausibile anche il processo inverso, e che cioè la tribù di Giuda si sia auto-identificata solo dopo la costruzione del regno di David”. Per ciò che riguarda le altre tribù meridionali di Simone e Levi, la loro esistenza storica risulta dubbia, “la prima perché tanto precocemente scomparsa”. Nel libro di Giosuè, infatti, “il suo territorio coincide con una parte di quello del regno di Giuda” e, poi, “perché non territoriale per definizione, e di assai tardivo sviluppo”. È, invece, “da considerarsi antica l’esistenza di Beniamino, nella fascia subito a nord di Gerusalemme, e di Efraim e Manasse negli altopiani centrali”. Anche in questo caso, però, “la loro auto-identificazione può connettersi con la costruzione del regno di Saul alla metà del X secolo [a.C.]”. L’esistenza delle tribù pastorali sembra essere confermata da fonti extrabibliche. Invece, per ciò che riguarda la tribù di Dan, “che la tradizione vuole migrata al Nord in età più avanzata rispetto ad una prima sistemazione nella Shefela”, una regione collinare nel centro della Palestina, di transizione tra le montagne della Giudea e la pianura costiera mediterranea, “non è escluso che la migrazione […] sia pure invenzione”. Questa “da un lato poteva servire a giustificare le pretese […] sulla Shefela”, dall’altro “la zona di Dan rimase quasi sempre sotto sovranità non israelitica”, sottoposta ad una dominazione “dapprima fenicia, poi aramaica, infine assira”. Il racconto mitologico delle 12 tribù di Israele è estremamente variegato: “la collocazione delle tribù principali risponde abbastanza bene alla distribuzione dei villaggi proto-israelitici”; mentre altre tribù “poi confluite nella lista canonica sono nettamente funzionali […] o di dubbia origine e pertinenza […] o tanto precocemente scomparse […] da far dubitare siano mai esistite”[34].

A seguito dell’invasione dei popoli del mare (una confederazione di popoli provenienti probabilmente dall’Europa meridionale, iniziata intorno al intorno al 1200 a.C.), l’intero sistema politico del Vicino Oriente e del Mediterraneo crollò. Tra questi gruppi “il popolo più importante, quello dei Filistei, occupò cinque città sulla costa meridionale nella Palestina o nell’immediato entroterra”[35]. La Penatapoli filistea era composta dalle città di Gaza, Ascalona, Ashdod, Gad e ‘Equron. Il collasso o l’indebolimento degli imperi che avevano dominato la scena del Vicino Oriente, come quello hittita ed egiziano, comportò che la regione della Palestina “si trovò per la prima volta dopo mezzo millennio libera da sovranità straniera e dalla minaccia di interventi esterni”. I piccoli regni palestinesi, che erano abituati “ad un rapporto di sudditanza verso un signore straniero”[36], si trovarono privi di un’entità superiore di riferimento. Come conseguenza di questi fenomeni, nel territorio degli altopiani “l’ondata di insediamenti, indubbiamente già iniziata dalla fine del XIII secolo [a.C.], si intensificò nel corso del XII e nel XI secolo [a.C.]”. Il loro numero andò rapidamente a crescere, a dimostrazione di un aumento della popolazione sedentaria, che andò circa a quadruplicare. “Le testimonianze scritte come pure quelle archeologiche sembrano indicare che l’ondata di insediamenti” abbia “favorito l’emergere di una nuova entità territoriale”[37] nella prima età del ferro (tra la fine del XI secolo e la maggior parte del X secolo a.C.) in una regione situata a nord di Gerusalemme. La tradizione biblica racconta “la vicenda dei due neonati regni israelitici (di Saul e di Davide)”[38]. Al momento della sua fondazione “il Regno del nord dominava su un territorio più vasto, più ricco è ben più densamente popolato rispetto a quello di Giuda”, pur avendo avviato il suo dominio “partendo da un sito anonimo, non fortificato e apparentemente privo di monumenti”[39]. “La descrizione biblica dell’ascesa al trono e del Regno di Saul si attaglia perfettamente al duraturo fenomeno degli uomini forti che crearono formazioni territoriali emergenti più ampie delle tipiche città-Stato negli altopiani del vicino Oriente”, che tentarono successivamente di espandersi. Questi fenomeni “si verificarono in genere nei periodi di incertezza o di vuoto politico, cioè quando nessun grande impero dominava sulla regione oppure quando il potere imperiale, indebolito, era incapace di affermare il proprio dominio o, infine, quando era possibile avvantaggiarsi dalle rivalità e dalle lotte fra due imperi vicini”[40]. “Una campagna militare della regione di Canaan da parte del fondatore della XXII dinastia egizia, Sheshonk I (lo Shishak biblico) è documentata da una lista di città conquistate scolpite sul muro del tempio di Amon Ra a Karnak, alto Egitto” ed è menzionata nel libro dei re. Questa campagna “è generalmente datata al 926 a.C. sulla scorta della citazione biblica”. Essendo una parte di questa lista danneggiata e illeggibile, “alcuni studiosi hanno sostenuto che vi era incluso anche il nome di Gerusalemme e che esso non fu conservato”. Sebbene questa ipotesi sia possibile, è “improbabile poiché, se si studiano la seconda e la quinta riga della lista in cui sono menzionati gli altopiani al Nord di Gerusalemme, pochi toponimi risultano danneggiati”. Inoltre, “nessun sito giudaita della Shefala è citato nella lista”. Secondo i ritrovamenti archeologici, nel X secolo a.C. la città di Gerusalemme “non era che un modesto insignificante sito degli altopiani, privo di qualsiasi costruzione monumentale”. Al tempo della spedizione di Sheshonk I, la città “era un’entità territoriale marginale e poco popolata degli altopiani meridionali, composta da una popolazione mista di sedentari e di gruppi nomadi dediti alla pastorizia e il cui centro di potere era un semplice villaggio”. Escludendo che la spedizione del faraone avesse come obiettivo principale l’area di Gerusalemme, si può ipotizzare che essa fosse indirizzata verso “un’entità territoriale emergente che minacciava gli ingressi egiziani in Canaan”, poiché impegnata in un’espansione “verso gli altopiani occidentali e settentrionali in direzioni delle fertili vallate, verso la strada che collegava l’Egitto al resto del vicino Oriente e verso i porti della costa”[41]. L’esistenza di un’entità politico-territoriale collocata nel tardo II millennio a.C. “sembra ben attestata dall’archeologia, dalla lista di Sheshonk I e dai ricordi concreti, ma vaghi, sulla dinastia di Saul nella Bibbia ebraica”. È probabile che si trattò della “prima entità territoriale nord-israelitica a essere documentata” e che “abbracciò senza dubbio un territorio vasto”, e che, quando cercò di espandersi verso la pianura costiera, “si scontrò con il ristabilirsi degli interessi egiziani della regione”[42], e declinò a seguito dell’offensiva egiziana. Almomento della sua fondazione “il Regno del nord dominava su un territorio più vasto, più ricco è ben più densamente popolato rispetto a quello di Giuda”. Questa ricostruzione “ha il vantaggio di spiegare un certo numero di singolari elementi del racconto biblico sul re Saul”, in primo luogo dando un senso alla tradizione secondo cui il re morì in una battaglia sul Monte Gelboa, lontano dalla regione che costituiva il centro vitale del suo territorio e “spiega anche perché il suo cadavere fu esposto sulla cinta muraria di Bet She’an, tradizionale base egiziana della vallata”. In secondo luogo, questa ricostruzione “può chiarire la menzione assai strana dei filistei alla battaglia del Monte Gelboa”, poiché “l’idea di una potente Lega di città filistee, capace di radunare un forte esercito, è direttamente influenzata dalle realtà greche contemporanee della fine della monarchia e vicina all’epoca della compilazione dei testi”. Alla fine della prima età del ferro “nessuna città filistea avrebbe potuto mettere in campo un esercito in grado di marciare verso nord fino a Bet She’an”. Di conseguenza, “è probabile che il libro di Samuele conservi […] il ricordo antico di un esercito egiziano sostenuto dalle città-Stato filistee”. Al momento della messa per iscritto del testo “l’Egitto si era ritirato da molto tempo da questa regione, mentre la potenza filistea era invece una dura realtà”. Nel racconto biblico “i nemici del presente (i filistei) assunsero il ruolo dei nemici del passato (gli egiziani)”. L’esistenza di un’entità politico-territoriale collocata nel tardo II millennio a.C. “sembra ben attestata dall’archeologia, dalla lista di Sheshonk I e dai ricordi concreti, ma vaghi, sulla dinastia di Saul nella Bibbia ebraica”. È probabile che si trattò della “prima entità territoriale nord-israelitica a essere documentata” e che “abbracciò senza dubbio un territorio vasto”, e che, quando cercò di espandersi verso la pianura costiera, “si scontrò con il ristabilirsi degli interessi egiziani della regione”[43], e declinò a seguito dell’offensiva egiziana. Conseguentemente, “l’idea che la Gerusalemme del X secolo forse abbellita da edifici monumentali non contraddice solo le testimonianze archeologiche”, ma contrasta con tutto ciò che è conosciuto sui “regni in formazione nel Levante nell’età del bronzo e del ferro”. Il tentativo “di provare l’esistenza di edifici monumentali, fortificazioni comprese, a Gerusalemme, proprio all’inizio del Regno di Giuda, scaturisce soltanto da una lettura acritica del testo biblico”[44]

In parallelo con la nascita del regno di Saul, “un analogo processo si verificava nel territorio di Giuda, a sud della città-stato di Gerusalemme”, guidato dalla figura di David. Questo regno, sebbene fosse “poco più vasto del Regno di Saul”, ebbe “in prospettiva di tempo una rilevanza assai maggiore” e, “di conseguenza il materiale a lui relativo subirà una serie di revisioni e integrazione assai più ampie, che prevalgono di gran lunga sulle informazioni attendibili”. Il racconto sull’ascesa di Davide è improntato sul territorio di Giuda. Egli era originario di Betlemme e, successivamente si era aggregato alle forze di Saul per combattere i Filistei. La storia di Davide non è priva di ambiguità, il suo primo dominio, la città di Siklag, gli sarebbe stato concesso proprio dai Filistei “per distaccarlo dall’egemonia di Saul”. In tutta questa fase David può essere descritto “come un capo-banda che raccoglie sotto di sé i membri del suo clan e sbandati”. In questo suo ruolo egli intrattenne “un rapporto ambiguo coi filistei che dominavano nominalmente la zona”, mantenendo un atteggiamento “in parte di sottomissione e collaborazione” e “in parte di ostilità”, sfociata successivamente “nell’aperta ribellione”. Dopo la morte di Saul in battaglia, l’ascesa di David culminò “nella sua elezione a «re di Giuda» in Hebron, allora il principale centro della zona”. Dopo un periodo di lotte con il confinante regno di Israele, “combattute con duelli o sfide cerimoniali più che con scontri campali” [45], David riuscì a diventare re anche del regno del nord.

La tradizione biblica riferisce che, dopo la morte di David, il regno passò al figlio Salomone dopo una serie di sanguinose lotte di corte. La sua storia, ancor più di quella del padre, è “sommersa sotto tarde riscritture di rilevantissima valenza politica e religiosa, che gli attribuiscono un Regno più che pan-israelitico e l’impresa della costruzione del tempio”. Secondo alcune descrizioni contenute nel testo biblico, nel libro dei Re, il regno di Salomone si estendeva “dalle Eufrate al torrente d’Egitto”, corrispondente “alla satrapia persiana della Transeufratene”, descrivendo “un’estensione mai raggiunta da alcun regno locale che configura un vero e proprio progetto imperiale”, che “supera un modello per l’unificazione nazionale” e ambisce al “sogno di poter competere con le grandi potenze”[46].  Gli studi archeologici consentono di respingere l’idea di un grande regno unitario sviluppatasi a partire dal X secolo e guidata da Gerusalemme. Osservando la storia del Vicino Oriente nel IX secolo, questa appare come “dominata da un equilibrio fra le potenze”, tra queste “Israele e Damasco, che lottavano fra loro per ottenere l’egemonia, e l’impero assiro, che manteneva la sua influenza”[47]

Secondo il racconto biblico, dopo la morte di Salomone vi fu la separazione del Nord dal regno, “concretizzata in un’assemblea a Sichem conclusasi con rigetto […] dell’erede di Salomone, Roboamo e l’elezione di Geroboamo”. Il nuovo Regno prese il nome di Israele, “utilizzando un nome che era legato agli altopiani centrali sin dall’epoca di Merenpthah e facendo proprie le serie patriarcali del ciclo di Giacobbe (figura leggendaria il cui secondo nome era appunto Israele)”[48]. Per i primi cinquant’anni della sua storia il regno ebbe una modesta estensione. “I re del nord governavano su un paese essenzialmente rurale, privo di un’edilizia monumentale, di fortificazioni e di centri amministrativi sviluppati”[49]. Lo sviluppo del regno avvenne dopo la salita al trono di Omri il cui regno si estese dall’ 884 all’873 a.C., il quale fece della città di Samaria il centro del regno. I quattro re della dinastia omride regnarono circa quarant’anni, fra l’884 e l’842 a.C., portando “il Regno del nord” a raggiungere “per la prima volta il culmine della propria economia e della potenza territoriale e si avventurò nella sua prima grande impresa architettonica”. L’autore del libro dei Re “ha in generale un approccio negativo verso il Regno del nord e in particolare verso il re della dinastia Omride”, ma si tratta di un atteggiamento che scaturisce “dall’ideologia giudaica panisraelitica che si sviluppò a partire dalla fine dell’VIII secolo (all’indomani della caduta del Regno del nord) e divenne ancor più denso di significati nel VII secolo”. Secondo questa ideologia “tutti i figli di Israele […] dovevano riconoscere la dominazione di Giuda e il Regno della dinastia davidica e celebrare il culto divino del tempio di Gerusalemme” ed “i ricordi favorevoli alla prosperità e alla potenza di Israele al tempo degli Omridi (ivi compresa la sua dominazione su Giuda)”[50].

“Il lungo periodo di indipendenza degli Stati del Levante, iniziato verso il 1150 (quando i «popoli del mare» avevano spazzato via il dominio hittita nel nord ed egizio nel sud), si avviò a conclusione alla metà dell’VIII secolo [a.C.] ad opera dell’Assiria”[51]. Dopo la morte di Geroboamo II ebbe inizio il declino di Israele, legato ad “una duplice trasformazione della scena geopolitica che restituì un ruolo di primo piano a Damasco, modificando in maniera drammatica la politica assira nei confronti delle regioni occidentali”. A differenza di ciò che era accaduto nei decenni precedenti “l’Assiria non si accontentò più di esercitare un’influenza da lontano, ma si lancia in un processo di conquista e di annessione”. Nel 732 a.C. “il re assiro Tiglat-Pileser III si impadronì della Galilea e delle vallate del nord che appartenevano al Regno di Israele e le annette al suo impero”. La città di Samaria “fu conquistata nel 722-720 a.C.” e “il Regno del nord scomparve per sempre”. “Una parte della classe dirigente fu deportata in Mesopotamia, mentre gruppi di popolazioni straniere furono insediati dagli assiri nel territorio del Regno ormai sparito”[52]. Nel regno di Giuda il tentativo di resistenza agli Assiri fu guidato da Ezechia, la cui azione fu resa possibile dalla disponibilità di un Regno in rapida crescita. A partire dall’VIII secolo a.C. “l’archeologia attesta uno sviluppo sorprendente di Gerusalemme”, e anche del resto del Regno di Giuda. È attestato che “il numero di siti abitati crebbe in maniera significativa”, a dimostrazione di una massiccia crescita della popolazione. Queste trasformazioni “nella regione degli altopiani nella seconda metà dell’VIII secolo [a.C.]” possono essere spiegate ipotizzando “l’insediamento a Gerusalemme e nel complesso del territorio giudaita di gruppi di israeliti […] dopo la caduta del Regno del nord”[53]. La pressione assira ebbe delle conseguenze anche sul piano ideologico. “Ezechia fu l’autore di riforme religiose evidentemente intese a mobilitare le risorse morali del paese di fronte al nuovo e grave pericolo”. Egli fu il primo sovrano a prestare grande attenzione al culto di Yahweh, anche a danno di altri culti presenti nel regno: “le riforme segnarono un primo passo nel trasformare Yahweh da Dio nazionale a Dio esclusivo”. Questi cambiamenti non furono accolti di buon occhio da coloro i quali erano legati a culti diversi, ciò è dimostrato dal fatto che il suo successore reintrodusse il pluralismo religioso. “La riforma di Ezechia non giunse improvvisa, ma fu il momento culminante di un processo messo in moto sia da un normale sviluppo della dialettica interna, sia forse anche dall’afflusso di sacerdoti e leviti dal Regno del nord, sia certamente dal confronto con l’ideologia del grande impero di cui Giuda era un piccolo tassello periferico”[54]. Furono proprio alcuni sacerdoti provenienti dal nord a rafforzare l’idea che la fede in Yahweh fosse l’unico strumento per garantire la sopravvivenza del Regno, affermando che fosse stato proprio l’allontanamento da questa fede a portare alla caduta del nord.

Il Regno assiro raggiunse la sua massima espansione sotto il Regno di Assurbanipal (668-631 a.C.), estendendosi dall’Egitto fino all’Anatolia. Dopo la morte del sovrano, entrò in crisi, scosso sia da agitazioni interne che da pressioni esterne. Per ciò che riguarda il territorio di Giuda “il periodo durante il quale l’impero assiro perdette il controllo sulle province più lontane” coincise “con il Regno di Giosia” che, “salito al trono giovanissimo […] seppe approfittare della favorevole congiuntura per dare al Regno di Giuda un impulso nuovo”[55], con significativi aspetti di carattere religioso e ideologico. Il testo biblico “rimane elusivo sugli aspetti politici del Regno di Giosia” ma “insiste invece sugli aspetti culturali”, descrivendo il ritrovamento avvenuto nel tempio di Gerusalemme di un manoscritto contenente la Legge (termine con cui si fa riferimento al Deuteronomio), dalla cui lettura emerge che Giosia sarebbe stato colto “da disperazione, nel constatare come la Legge fosse rimasta inapplicata per tanto tempo, ciò che, da un lato, spiegava perché il sostegno divino fosse venuto meno in tante occasioni, e d’altro lato rendeva urgente una fedele e attenta applicazione della legge a stornare sciagure altrimenti inevitabili”. Questo ritrovamento risponde all’archetipo “del ritrovamento di un manoscritto «antico» per conferire il crisma dell’autorità tradizionale a quella che doveva essere invece una riforma innovativa” e fu lo strumento con cui Giosia approfittò del crollo della dominazione assira per “formalizzare la sostituzione di una dipendenza e fedeltà al signore terreno, l’imperatore, con una dipendenza e fedeltà al signore divino, Yahweh”. Il testo che Giosa pretese di aver ritrovato all’interno del tempio di Gerusalemme corrisponde probabilmente al “cosiddetto «codice Deuteronomistico»”, insieme al “suo inquadramento come «patto dell’alleanza», mediato da Mosè, tra Yahweh e Israele” comportava la “fedeltà univoca a Yahweh e alla legge da parte del popolo in cambio di benedizioni o a scanso di maledizioni”[56]. Il declino del progetto di Giosia iniziò nel 609 a.C., quando “un esercito egiziano guidato dal faraone Neko risalì la costa palestinese” per muovere contro i Babilonesi che “avevano travolto gli ultimi residui dell’impero Assiro”. Giosia cercò di fermare l’esercito egiziano a Megiddo “ma fu sbagliato, ferito e morì subito dopo”. Il tentativo di Giosia di contrapporsi al faraone era “del tutto coerente con la sua visione ideologica”, poiché “se l’Egitto si fosse sostituito all’Assiria, Israele sarebbe tornato alla condizione di servitù anteriore al patto di grazia” tra Yahweh e il suo popolo. La “fiducia esclusiva in Yahweh” portò Giosia a contrapporsi al faraone nonostante “la sproporzione delle forze in campo”. La sua sconfitta ebbe immediate ripercussioni. Il faraone deportò in Egitto il primogenito di Giosia e pose sul trono il suo secondogenito, che regnò come il suo tributario. Tuttavia, le stesse ambizioni egiziane furono frustrate quando il faraone fu sconfitto dai babilonesi guidati da Nabucodonosor, “nel giro di pochi anni l’Egitto fu estromesso dalla Palestina, e Giuda recuperò fugacemente la sua indipendenza”. La morte di Giosia rimise in discussione il suo progetto. Infatti, “l’unificazione di Israele rimase lettera morta, la fiducia in Yahweh venne rimessa in discussione, il rigore riformistico venne abbandonato”. Nonostante il suo fallimento “Il progetto politico di Giosia” fornì “il modello di unità (etnica e statale) che mai prima era stata realizzata – e neanche concepita”. Fu la sua idea “del patto di fedeltà al signore divino a fornire una chiave di lettura per le tragiche vicende” che si sarebbero successivamente “abbattute su Giuda”[57].

Dopo la sconfitta degli egiziani, Nabucodonosor sottomise e annesse all’impero neobabilonese (o caldeo) l’intera fascia siro-palestinese. Dopo la prima sconfitta ad opera dei caldei, il Regno di Giuda sopravvisse per nove anni come vassallo, decidendo infine di ribellarsi.  Nabucodonosor sottopose Gerusalemme a un nuovo e lungo assedio durato per più di due anni, alla fine del quale la città fu conquistata. La popolazione di Gerusalemme, sia quella rimasta nella città assediata, sia quella che si era già consegnata agli assedianti, venne deportata a Babilonia. Il VI secolo a.C., conosciuto come età assiale, segna per la storia di Israele un punto di svolta. Tra i suoi elementi maggiormente caratteristici vi è “l’emergere della religione monoteistica”, sebbene la Bibbia presenti “il monoteismo come già compiuto sin dalle origini della storia di Israele, e poi per essersi mutato nel tempo”. Il primo elemento caratteristico di questo monoteismo era il rapporto tra Yahweh e Mosè. L’affermazione del monoteismo yahwista aveva seguito un lungo percorso. “Yahweh è stato allungo una divinità tra le tante, nel senso che i suoi fedeli erano consapevoli dell’esistenza di molti altri dèi, tutti ugualmente esistenti e «veri»”. L’affermazione dell’enoteismo, ovvero l’idea che, pur esistendo molte divinità, ve ne fosse una strettamente legata a uno specifico popolo segue un duplice canale. Il primo è l’idea di un «dio nazionale», un elemento “tipico dell’età del ferro e di derivazione tribale”. Il secondo “è l’impatto con il Dio Assur e l’impero assiro”, che richiedevano entrambi “una fedeltà univoca, esclusiva”. La diaspora rafforzò “l’affermazione dell’enoteismo nazionale come potente mezzo di auto-identificazione” [58]. A Babilonia ogni popolo aveva la sua divinità di riferimento. Durante l’esilio babilonese “gli esuli mantennero molto bene la loro auto-preferenzialità etnica e religiosa”, mentre “la comunità rimasta in giudea si sgretolava nell’ambiente multi-etnico circostante” e “si compattava attorno a valori che consolidavano il senso dell’identità nazionale oltre che religioso”. La comunità degli esiliati iniziò ad osservare in maniera estremamente zelante i precetti della religione. Continuarono a fare riferimento al tempio di Gerusalemme (anche se distrutto), senza sostituirlo con tempi locali – a differenza di quanto fecero i gruppi emigrati in Egitto – e continuarono a confidare nella «casa di David» in vista di una restaurazione prossima ventura”[59].

L’esilio, “vissuto in un clima di rassegnazione mista a speranza, non fu eterno”. L’evento che segnò la sua fine fu la “presa di Babilonia” nel 539 a.C. “da parte di Ciro”, imperatore persiano. Nelle fonti bibliche il sovrano è descritto come “un re giusto mandato da Yahweh”. L’interesse del nuovo sovrano era quello di ottenere il consenso del popolo di Babilonia e del clero zoroastriano. Egli non aveva alcuna intenzione di perorare la causa degli esuli, ma le cronache redatte un paio di secoli dopo gli eventi immaginarono che “Ciro avesse promulgato subito, già nel suo primo anno di Regno a Babilonia, un editto” che aveva consentito “il ritorno degli esuli e la ricostruzione del tempio di Yahweh”. Questo editto “è certamente un falso, come mostrano sia l’analisi formale sia gli anacronismi”, e “lo stesso vale per un secondo editto dello stesso Ciro” che “forniva addirittura le misure e i dettagli tecnici e finanziari del nuovo tempio”. Questi due proclami “vennero falsificati e adottati in età alquanto posteriore, quando si arrivano a conferire garanzie e privilegi imperiale al tempio già costruito, e a controbattere le pretese del tempio rivale di Samaria”[60]. L’effettivo ritorno degli ebrei in Palestina non avvenne all’epoca di Ciro, ma sotto il governo dei suoi discendenti (in particolare Dario e Artaserse). Il rientro dei reduci avvenne in un periodo di tempo stimabile in circa un secolo. Ciò spinge a sostenere che essi non potevano costituire un gruppo molto consistente. Il sovrano babilonese Nabucodonosor “non aveva deportato più di 10.000 persone nel 598 [a.C.]”[61], e un numero simile di persone era stato deportato nel 587 a.C., nel corso di due generazioni passate in esilio il numero poteva essere al massimo raddoppiato. Dopo il loro ritorno in Palestina, gli esuli di Babilonia iniziarono un processo di revisione del racconto biblico, volto a riscrivere la storia del popolo ebraico e del suo rapporto con Yahweh, allo scopo di creare una coscienza unitaria e di gettare le basi per le rivendicazioni del loro dominio sulla terra di Palestina.


Note

[1] Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre: Israele e Palestina, Laterza, 2024, p.3

[2] Ivi p.5

[3] Ilan Pappé, 10 miti su Israele (traduzione italiana di Federica Stagni), Tamu, 2022, p.50

[4] Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre: Israele e Palestina, cit., p.5

[5] Ilan Pappé, 10 miti su Israele, cit., p.57

[6] Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre: Israele e Palestina, cit., p.8

[7] Ivi, p.15

[8] Ivi, p.6

[9] Ivi, p.19

[10] Ivi, p.20

[11] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland (Traduzione inglese di Geremy Forman), Verso Book, 2012, p.28

[12] Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre: Israele e Palestina, cit., p.21

[13] Ivi, pp.24-25

[14] Ivi, pp.39-40

[15] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, cit., p.23

[16] Ilan Pappé, 10 miti su Israele, cit., p.81

[17] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, cit. pp. 63-64

[18] Ivi, p.68

[19] Ilan Pappé, 10 miti su Israele, cit., p.81

[20] Ivi, pp.82-83

[21] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, cit., p.198

[22] Ilan Pappé, 10 miti su Israele, cit., p.85

[23] Ivi, pp.80-81

[24] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, cit., p.185

[25] Ivi, cit., p.188

[26] Ilan Pappé, 10 miti su Israele, cit., pp.85-86

[27] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland cit., p.23

[28] Ivi, p.188

[29] Ilan Pappé, 10 miti su Israele, cit., 2022, p.86

[30] Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland cit., p.6

[31] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Editori Laterza, 2012, p.14

[32] Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, Carocci Editore, 2014, pp.27-28

[33] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, cit., pp.29-30

[34] Ivi, pp.69-71

[35] Ivi, p.43

[36] Ivi, p.45

[37] Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, cit., p.37

[38] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, cit., p.96

[39] Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, cit., p.95

[40] Ivi, p.72

[41] Ivi, p.57-60

[42] Ivi, pp.72-74

[43] Ivi, pp.72-74

[44] Ivi, p.95

[45] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, cit., pp.104-107

[46]Ivi, p.109

[47] Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, cit., p.164

[48] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, cit., pp.117-118

[49] Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, cit., p.92

[50] Ivi, pp.98-99

[51] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, cit., p.159

[52] Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, cit., p.155

[53] Ivi, pp.155-157

[54] Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, cit., p.173

[55] Ivi, p.189

[56] Ivi, pp.193-194

[57] Ivi, pp.199-202

[58] Ivi, pp.225-226

[59] Ivi, pp. 239-240

[60] Ivi, pp.275-278

[61] Ivi, p.279



Bibliografia

Israel Finkelstein, il regno dimenticato. Israele e le origini nascoste della Bibbia, Carocci Editore, 2014

Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Editori Laterza, 2012

Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre: Israele e Palestina, Laterza, 2024

Ilan Pappé, 10 miti su Israele (traduzione italiana di Federica Stagni), Tamu, 2022

Shlomo Sand, The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland (traduzione inglese Geremy Forman), Verso Book, 2012 (consultabile in formato PDF in file:///C:/Users/Utente/Downloads/The_Invention_of_the_Land_of_Israel_From.pdf )

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