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La Resistenza a Bologna

Breve storia della Settima Brigata GAP «Gianni»

I Gruppi di Azione Patriottica: un’introduzione

All’indomani dell’annuncio pubblico dell’armistizio firmato a Cassibile tra Italia e Alleati avvenuto l’8 settembre, sorsero immediatamente, soprattutto al Nord, le prime formazioni partigiane, composte da ex membri dell’esercito e giovani in fuga dai rastrellamenti nazifascisti, che si rifugiarono sulle montagne e zone collinari[1]: tradizionalmente, infatti, la lotta partigiana è associata al contesto montuoso, in cui l’asprezza della natura diventa alleata preziosa, […] per compensare la grande sproporzione di forze che caratterizza le guerre di liberazione, per definizioni asimmetriche, in quanto combattute contro eserciti regolari, favorendo l’attuazione contro di essi di tattiche «mordi e fuggi». Come, però, fa notare Santo Peli, la direzione politico-militare della Resistenza si trovava nelle città e sempre in queste ultime operarono i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), operanti secondo le modalità classiche del terrorismo, ovvero omicidi mirati degli esponenti più importanti della Repubblica Sociale (come Giovanni Gentile, ucciso a Firenze nell’aprile 1944), e attentati dinamitardi, sotto l’organizzazione e la direzione del Partito Comunista, che contribuì a una loro maggiore connotazione politica rispetto ad altre formazioni partigiane[2].

L’impulso alla loro fondazione sorse tra i dirigenti comunisti a partire dal modello dei Franc-tireurs et partisans (Ftp) attivi nella Francia Meridionale, a cui molti di loro presero parte, così come per l’esperienza della guerra civile spagnola[3]: essi erano inoltre consapevoli dell’importanza dei contesti urbani, terreno privilegiato per i grandi scioperi di massa (come quelli della primavera del ’43 o quelli successivi alla caduta del regime nel mese di luglio). In un momento in cui la violenza della guerra, tramite rappresaglie nazifasciste, pesava soprattutto sulle popolazioni delle zone rurali, l’azione dei GAP contribuì a portare la guerra in città. L’azione repressiva verrà operata da parte delle forze di Pubblica sicurezza fasciste con particolare brutalità, mentre, in un primo tempo, le forze occupanti naziste si mostreranno restie ad agire in maniera palese e diretta, al fine di incentivare la sensazione che nulla sia cambiato per non intralciare la produzione industriale[4]. L’obiettivo degli attacchi era esattamente quello di impressionare: le vittime sono colpite nella loro quotidianità. Per questo l’impatto delle azioni dei GAP ha valore relativo dal punto di vista militare: esso è soprattutto simbolico e produce da parte nemica estensioni del coprifuoco, divieto di circolazione delle biciclette (attributo caratteristico del gappista, insieme alla rivoltella[5]), rappresaglie (soprattutto contro prigionieri politici) e la modificazione del paesaggio urbano con la comparsa di cavalli di frisia, reticolati e la presenza di sentinelle armate[6].

L’arruolamento avveniva in maniera particolare tra gli operai (esclusi dal reclutamento per garantire la continuazione della produzione industriale)[7], che costituivano la quasi totalità degli iscritti al PCI: ad essi veniva richiesto di lasciare il lavoro (e le sue certezze, come le tessere annonarie e i permessi di libera circolazione) per entrare in clandestinità e, quindi, in una condizione di isolamento, diversa da quella dei loro “colleghi” attivi sulle montagne. Un elemento ricorrente nei racconti di ex-gappisti è proprio la paura, non tanto di agire ma del fallimento e della conseguente mancanza di possibilità di fuga e salvezza[8]. I gruppi erano di solito di piccole dimensioni (4 o 5 membri). Tre squadre composte da quattro membri ciascuno costituivano un distaccamento, al cui vertice vi erano un comandante e un commissario politico: le diverse squadre non potevano essere in contatto tra loro per ragioni di sicurezza e ciascun membro poteva dialogare solo con quelli della propria.

I GAP furono attivi soprattutto a Torino, Milano, Roma (dove si svolse l’attentato di Via Rasella contro una compagnia di SS e che scatenò, per ritorsione, la strage delle Fosse Ardeatine), Firenze, Genova e Bologna[9], al cui contesto sarà dedicato questo breve contributo. La situazione dei GAP bolognesi (riuniti nella Settima divisione «Gianni») come vedremo risulta peculiare perché lo scontro presso porta Lame che li coinvolse nel novembre ’44 risulta essere un unicum nella storia della Resistenza italiana[10] oltre che per il loro radicamento nelle campagne[11].

La Settima brigata GAP «Gianni»: dalla fondazione alla battaglia di Porta Lame

All’indomani della destituzione di Mussolini il 25 luglio 1943, Bologna (come altre città italiane) fu teatro di scioperi e manifestazioni operaie, che si estesero contemporaneamente anche alle campagne[12]. Tra agosto e settembre ebbero luogo, all’interno della ricostruita Federazione comunista cittadina, i primi dibattiti sulla riorganizzazione politica (in un momento di ritorno alla repressione da parte della nuova amministrazione badogliana rivolta contro i comunisti) ma, soprattutto, di quella militare per la liberazione della Penisola, che stava venendo occupata dai tedeschi[13]. Dopo diverse settimane di stallo e incertezze, il Comitato militare decise l’invio di formazioni partigiane sull’Appennino bolognese, sul modello di quanto stava accadendo in altre parti d’Italia: alcune di esse furono inviate anche in Romagna e nella campagna modenese. Tutti questi tentativi fallirono e queste furono fatte rientrare a causa della decisa risposta nazista, delle difficoltà ambientali e di rifornimento. Intanto, i giovani desiderosi di continuare la lotta furono raggruppati all’inizio del ‘44 in una brigata spedita a combattere nel Bellunese[14]: tra questi, Renato Romagnoli (il cui nome di battaglia fu «Italiano»), all’epoca non ancora maggiorenne e che raccontò questa e altre sue esperienze della vita partigiana nel libro Gappista[15].

Fondamentale fu il ruolo degli ex ferrovieri Ilio Barontini («Dario»), militante con esperienze di lotta in Spagna e poi in Francia e al cui ritorno fu assegnato un ruolo di direzione militare[16] e Giuseppe Alberganti («Cristallo»), anch’egli precedentemente fuoriuscito[17]. Ai due si deve ascrivere l’avvio dell’esperienza dei GAP a Bologna, con la fondazione dei primi nuclei, addestrati ad agire secondo le regole della guerriglia urbana e azioni terroristiche contro il nemico. Le prime iniziative consistettero in una serie di attacchi contro i luoghi di ritrovo dei fascisti e delle truppe tedesche (come caserme[18] e ristoranti[19]), ma il vero salto di qualità giunse nel gennaio del ’44 con l’omicidio del Segretario federale a Bologna del Partito Fascista Repubblicano, Eugenio Facchini, mentre questi si stava recando in un ristorante in Via Zamboni: a rappresaglia, alcuni giorni dopo le autorità fasciste prelevarono dal carcere di San Giovanni in Monte nove prigionieri politici, che furono fucilati[20]. Furono inoltre compiute azioni di sabotaggio contro infrastrutture (fili telefonici, binari ferroviari, linee tramviarie)[21]. Nel mese di agosto la brigata si dotò della denominazione di Settima GAP, intitolata alla memoria del defunto combattente «Gianni», nome di battaglia del diciannovenne Massimo Meliconi[22].

Sempre in agosto avvenne una delle azioni più importanti e a tutti gli effetti più spettacolare compiuta dai gappisti bolognesi, ovvero la liberazione di alcuni prigionieri politici presso il carcere di San Giovanni in Monte: nella tarda serata del 9 agosto, un gruppo di partigiani (vestiti alcuni come ufficiali della Wermacht, altri come quelli repubblichini) si presentò in auto davanti all’edificio, con a bordo alcuni uomini presentati come combattenti appena catturati sull’Appennino. Accolti da alcuni veri poliziotti e membri del comando tedesco, appena il portone si chiuse alle sue spalle, il gruppo (al cui interno vi era anche «Italiano») tagliò i fili telefonici e, prese le chiavi delle celle, le aprì, liberando tutti i prigionieri, anche quelli per reati comuni, al fine di creare scompiglio. Nonostante il tentativo di intervento da parte fascista (attirato all’esterno dagli spari), il colpo ebbe successo[23].

Alcuni giorni prima aveva avuto, invece, luogo la drammatica uccisione della staffetta bolognese Irma Bandiera («Mimma»), entrata poco prima a fare parte dei GAP affascinata dal loro esempio: catturata dalle forze della RSI, subì violente sevizie da parte dei suoi carnefici che vollero ricavare da lei informazioni sui suoi compagni di lotta. La giovane, tuttavia, non cedette alle torture, che durarono sei giorni, venendo così fucilata il 7 agosto. In generale, come è noto, le donne furono molto attive all’interno della Resistenza appunto come staffette e così anche all’interno dei GAP (Ada Zucchelli, Irma Pedrelli), ma anche come organizzatrici di circoli politici antifascisti[24].

Come già accennato, una delle particolarità dei GAP bolognesi fu la loro estensione anche alle pianure, con lo sviluppo di alcuni gruppi derivati dal nucleo originario nei centri di Castelmaggiore, Castenaso, Anzola Emilia e Medicina, generalmente più numerosi rispetto a quello cittadino. Essi dovettero il loro successo alla collaborazione e al supporto dei mezzadri, che offrirono loro rifugi, cibo e protezione[25], stremati dalla politica di requisizione del grano da parte nazifascista[26].

Lo scontro più importante affrontato dai GAP fu, tuttavia, la Battaglia di Porta Lame il 7 novembre 1944, ritenuto il più grande scontro urbano della Seconda Guerra Mondiale a livello europeo[27], che segnò la loro evoluzione in piccoli nuclei dotati in maniera rudimentale a una vera e propria formazione militare capace di misurarsi con interi reparti tedeschi perfettamente equipaggiati, e di sconfiggerli. In quella zona (quasi interamente distrutta dai bombardamenti), nei pressi dell’Ospedale Maggiore, la formazione (comprendente anche i distaccamenti della pianura) vi aveva appostato i propri quartieri, in previsione dell’atteso sfondamento del fronte da parte alleata (che, peraltro, non avverrà). La battaglia prese avvio di primo mattino per poi durare tutta la giornata, ma la vera potenza di fuoco da parte partigiana (che combatté con grandissima determinazione) fu sprigionata nel tardo pomeriggio. L’esito fu totalmente sfavorevole per i nazifascisti, che a fine giornata si ritrovarono con un bilancio di 216 morti (oltre che di numerosissimi feriti), contro gli 11 da parte partigiana.

Le difficoltà successive alla vittoria di Porta Lame e la liberazione il 21 aprile

La vittoria a Porta Lame fu seguita, il 15 novembre, dalla scoperta e dal rastrellamento da parte nemica di una base gappista in un appartamento nel quartiere della Bolognina, a cui i colleghi nelle vicinanze si dimostrano incapaci di rispondere: il fatto inaugurò un periodo di stallo e difficoltà per i GAP, dovuta allo spostamento di forze da parte tedesca in città in seguito alla precedente sconfitta, e alla fatica alleata nello sfondare la Linea Gotica. La brigata, inoltre, dovette subire una riorganizzazione, a causa dell’eccessiva concentrazione di uomini in ambito cittadino, che li rendeva vulnerabili a tentativi di delazione e agli attacchi nemici[28]: si decise così di rimandare in pianura i distaccamenti che vi provenivano, per smembrare quello cittadino in gruppi molto più piccoli[29].

A inizi del marzo 1945, il Cumer (Comando Unico Militare Emilia-Romagna) provvide allo sviluppo di un piano insurrezionale, in concomitanza con lo sfondamento sempre più prossimo della Linea Gotica da parte alleata: esso prevedeva la disseminazione di reparti partigiani per tutta la città (anche in periferia) e nei suoi dintorni più immediati, con il compito di difesa degli impianti di pubblica utilità[30]. Dopo la liberazione di Imola e Argenta (14-17 aprile)[31], l’avvenimento fu fissato per il 20 aprile, mentre tedeschi e fascisti abbandonavano progressivamente la città[32]. Il mattino successivo giunsero le truppe polacche, seguiti dai gruppi di gappisti, che dichiararono Bologna completamente liberata[33].

L’insurrezione prevista non aveva però avuto luogo: a questo proposito Bergonzini ha ipotizzato che questo esito fu favorito dalla decisione di Barontini di non esporre le forze partigiane e la popolazione civile al rischio di scontri, anche per la rapidità e la maniera pacifica con cui si erano svolte l’avanzata e l’ingresso alleato in città. Sempre Bergonzini sottolinea, però, come non sia da sottovalutare la partecipazione popolare alla liberazione di Bologna, per via dell’enorme sostegno, in tante diverse forme, al movimento della Resistenza[34].

In conclusione, i GAP ebbero un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione della Penisola dai nazifascisti. A fine guerra, essi poterono lentamente tornare a una loro quotidianità come normali cittadini (alcuni dedicandosi all’attività politica, come Alberganti[35]), ma non mancarono, negli anni successivi, campagne denigratorie da parte della stampa nazionale nei loro confronti, uniti anche alla delusione per il mancato processo epurativo nei confronti dell’amministrazione fascista[36].

È importante tutt’oggi non cedere al crescente revisionismo (soprattutto da parte politica) dei fatti qui narrati relativi a Bologna (ma anche al resto d’Italia negli anni del conflitto, come ad esempio Via Rasella e la successiva Strage delle Fosse Ardeatine), per dedicarsi invece a una riflessione storicamente bilanciata, che tenga conto dello specifico contesto in cui le azioni dei GAP ebbero luogo (ovvero di una durissima occupazione militare da parte di truppe straniere) e della drammaticità della guerra in tutte le sue forme.

Bibliografia

Luciano Bergonzini, Considerazioni sulla guerriglia urbana a Bologna e sui piani insurrezionali del settembre 1944 e aprile 1945, in Per il 40. della Resistenza. Saggi e contributo bibliografico, a cura di Alessandro Roveri, Bologna, Clueb, 1984, pp.35-55.

Mario de Micheli, Settima Gap, Imola, Bacchilega, 2011.

Santo Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Torino, Einaudi, 2014.

Renato Romagnoli, Gappista. Dodici mesi nella Settima GAP Gianni, Milano, Vangelista, 1974.

Gabriele Ronchetti, Le Pianure dei Partigiani. 150 luoghi della Resistenza nel Nord Italia, Fidenza, Mattioli 1885, 2013.

Sitografia

https://www.storiaememoriadibologna.it/.

https://www.treccani.it/.


[1] Gabriele Ronchetti, Le Pianure dei Partigiani. 150 luoghi della Resistenza nel Nord Italia, Fidenza, Mattioli 1885, 2013, p.10.

[2] Santo Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Torino, Einaudi, 2014, pp.3-5.

[3] Ivi, p.14.

[4] Ivi, pp.17-22.

[5] Renato Romagnoli, Gappista. Dodici mesi nella Settima GAP Gianni, Milano, Vangelista, 1974, p.81.

[6] Peli, Storie di Gap, p.24.

[7] Ivi, p.37.

[8] Ivi, pp.40-3.

[9] Ronchetti, Le Pianure dei Partigiani, p.12.

[10] Peli, Storie di Gap, p.42.

[11] Mario de Micheli, Settima Gap, Imola, Bacchilega, 2011, p.93.

[12] Ivi, pp.17-9.

[13] Ivi, pp.27-9.

[14] Ivi, pp.31-2.

[15] Romagnoli, Gappista, p.55 e https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/persone/romagnoli-renato-dettoa-italiano (consultato il 9/4/2026).

[16] De Micheli, Settima Gap, p.35.

[17] https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-alberganti_(Dizionario-Biografico)/  (consultato il 9/4/2026).

[18] De Micheli, Settima Gap, pp.36-7.

[19] Peli, Storie di Gap, p.66.

[20] De Micheli, Settima Gap, p.39.

[21] Romagnoli, Gappista, p.88.

[22] Ivi, p.97.

[23] Ivi, pp.100-2 e De Micheli, Settima Gap, p.74.

[24] Ivi, pp.120-21.

[25] Ivi, p.93.

[26] Ronchetti, Le Pianure dei Partigiani, p.16.

[27] Luciano Bergonzini, Considerazioni sulla guerriglia urbana a Bologna e sui piani insurrezionali del settembre 1944 e aprile 1945, in Per il 40. della Resistenza. Saggi e contributo bibliografico, a cura di Alessandro Roveri, Bologna, Clueb, 1984, pp.35-55, p.48.

[28] Peli, Storie di Gap, pp.196-201.

[29] De Micheli, Settima Gap, p.141.

[30] Bergonzini, Considerazioni sulla guerriglia urbana a Bologna, p.51.

[31] Ivi, p.53.

[32] Romagnoli, Gappista, pp.227-8.

[33] De Micheli, Settima Gap, p.150.

[34] Bergonzini, Considerazioni sulla guerriglia urbana a Bologna, pp.53-5.

[35] https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-alberganti_(Dizionario-Biografico)/  (consultato il 09/04/2026)

[36] De Micheli, Settima Gap, pp.151-2.

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