La terza potenza globale
Prima dell’ avvio del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) il 18 agosto scorso a Tienjin-originariamente chiamato “gruppo dei cinque” per via della presenza dei paesi “Stan” oltre alla Russia e Cina, passando da organizzazione puramente militare ad organizzazione economica e culturale grazie anche alle nuove potenze (non propriamente allineate)- il ministro degli affari esteri indiano Subrahmanyam, si rivolse alla controparte cinese con tono pragmatico e cooperativo, dopo il gelo nelle relazioni internazionali a partire dal dal giugno 2020, dopo la morte di 20 soldati indiani nella valle del Galwan lungo la “linea di controllo effettivo” : “Le nostre nazioni devono guardare avanti. Dobbiamo essere guidati dai tre principi di reciprocità: rispetto, sensibilità e interesse reciproci. Le differenze non devono diventare contese e la competizione non deve trasformarsi in conflitto.” Il presidente Modi prima dell’incontro, ha elogiato la “speciale e privilegiata partnership strategica” con Mosca e ha aggiunto che l’India desidera che entrambe le parti coinvolte nel conflitto ucraino “trovino una pace stabile”.
Lo stato indiano si trova , dunque, a correre una gara con l’ occidente: i rapporti con il governo Trump sono deteriorati dopo l’ attivazione dei dazi del 50% sulle importazioni India-USA dopo anni di distensione e cooperazione soprattutto economica in chiave anti-cinese, trovando quindi nella Russia un partner strategico ed economico, e distendendo le relazioni diplomatiche con la Cina, ma guardandosi bene dal dragone, vista l’ enorme cooperazione con il Pakistan e stati limitrofi e dunque l’ aumento dell’ influenza cinese nella sfera di interesse indiano. In linea con i principi di coesistenza pacifica (Panch Shila) dell’ex presidente indiano Jawaharlal Nehru, lo stato indiano si appresta a diventare una “terza” potenza mondiale, capace di rendersi leader e tramite in un mondo multilaterale attraverso una insolita e efficace politica di avvicinamento a tutte le sfere di influenza occidentali, orientali e “non allineate”, NATO e BRICS, intrattenendo dialoghi più o meno costanti nel tempo ergendosi a polo alternativo in senso economico e militare alla Cine e agli Stati Uniti.
La competizione sino-indiana e le espansioni geopolitiche
Nella regione autonoma del Tibet, reclamata dalla Cina con non poche controversie e piombo gettato, nel luglio del 2020 il governo del dragone ha annunciato e inaugurato la costruzione più ambiziosa a livello infrastrutturale e sociale a cui uno stato possa aspirare: la costruzione della diga idroelettrica più grande al mondo, la Motuo Dam (diga Motuo). Collocata sul fiume Yarlung Tsangpo che nasce al confine tra la regione del Tibet e Nepal, ma defluisce in territorio indiano distante solo 30 chilometri dalla frontiera tra i due stati, posizione ideata per la costruzione dell’infrastruttura dal governo cinese, nel cosidetto “seven sister states” ovvero il territorio del nordest dell’india, regione che ospita l’Arunchal Pradesh, regione bagnata dal fiume prima di sfociare nel bangladesh e finire nel golfo del bengala. Il progetto cinese introdotto con l’ obbiettivo della “carbon neutrality”, misura di policy voluta per azzerare le emissioni carboniche entro il 2060, mira a produrre 300 miliardi di kW ora all’ anno, superando persino la produzione totale italiana e superando la già esistente diga “delle tre gole”. Un progetto infrastrutturale che mina le già deboli relazioni tra i due stati, essendo che il fiume Yarlung Tsangpo defluisce nel continente indiano, tramutandosi nel fiume Brahmaputra, di vitale importanza per la comunità agricola indiana, per via della piana indo-gangetica, pianura che si estende per 800.000 km quadrati. Quest area, grande più del doppio dell’Italia intera, è tra le aree più popolate dell’ intero continente indiano, con più di 400 milioni di abitanti. Il governo cinese ipotizzava varie deviazioni della corrente d’acqua per assestare al meglio il progetto, correnti che presentano un doppio problema: l’opposizione dei Buddhisti Tibetani, per via del loro “buddhismo ambientalista” che comporta al riconoscimento dei fiumi come entità sacri, Tenzin Dolmey, che fu tra i tibetani che lasciarono il paese nel 1959 dopo l’ annessione alla repubblica popolare cinese e che oggi insegna lingua e cultura tibetana a Melbourne lo ha spiegato in un intervista ad Al Jazeera, dicendo che il rispetto per la natura è qualcosa di intrinseco nella cultura del Tibet: «La prima cosa che ci veniva detta da bambini quando nuotavamo in un fiume era di non usarlo per fare i nostri bisogni, perché nell’acqua dei fiumi ci sono delle divinità». L’ espropriazione e deviazione dei corsi d’ acqua e la loro deviazione costituirebbe un grave problema al governo indiano, poiché intacca l’integrità del fiume Brahmaputra: sia per la capacità di irrigazione che verrebbe drasticamente diminuita, impattando anche socialmente essendo l’India il paese più “vegetariano al mondo” con oltre il 35 per cento della popolazione che si ritiene vegetariana dovuto anche alla religione (non trascurando la poca reperibilità delle proteine animali, rendendo l’ agricoltura cruciale per la regione), ma soprattutto intaccherebbe la capacità di resistere alle piene della stagione dei monsoni, (legato a timori a fatti di estrema attualità, ovvero le inondazioni avvenute il 7 febbraio nelle montagne dell’Uttarakhand, stato nel nord dell’India, che hanno distrutto due centrali idroelettriche in costruzione e le dighe a loro annesse, in cui 32 persone sono morte e più di 170 sono ancora disperse). Tra le cause delle inondazioni sembrano esserci anche il riscaldamento globale e la crescente instabilità idrogeologica sull’Himalaya, con la costruzione di grandi infrastrutture che rischia di rendere ancora più fragili i terreni, e provocare altre inondazioni a valle.
Queste tensioni avvengono dopo gli scontri del 2019, avvenuti nella regione del Ladakh, territorio indiano tra le catene del Karakorum e dell’Himalaya ove sono morti svariati soldati indiani, ma scaturendo un accordo di pace lo scorso settembre. Episodio simile riguardo il progetto delle grandi infrastrutture, presenti nell’ambizioso piano cinese di espansione “belt and road initiative” si è consumato al sud, nelle Maldive. Grazie a prestiti cinesi, il governo delle Maldive ha inaugurato un ponte lungo 2,1 chilometri che collega due delle isole del paese: Malé la capitale, e Hulhule, dove ha sede l’aeroporto nazionale. Il ponte fu costruito da una compagnia cinese che ha impiegato principalmente lavoratori cinesi. In tutto, costò 200 milioni di dollari. In maniera significativa e esplicativa, l’opera è chiamata “Ponte dell’amicizia tra Cina e Maldive”. Ad agosto, però, l’India ha deciso di controbattere con la costruzione di un nuovo ponte: collegherà Malé ad altre isole della stessa area, e sarà molto più lungo: 6,7 chilometri e più costoso: 500 milioni di dollari. L’ iniziativa cinese mina la credibilità politica interna indiana, l’arcipelago è sempre stato considerato componente della sfera di influenza indiana sia in senso politico, ma soprattutto economico: vicino alle Maldive passano le rotte commerciali che garantiscono l’80 per cento degli scambi esterni e il 50 per cento delle importazioni energetiche dell’India. Lungo le stesse rotte passa anche il 62 per cento del greggio che la Cina importa dall’Africa e dal Medio Oriente. L’ india è concentrato anche su altri progetti infrastrutturali e sociali, come la costruzione di aeroporti, ospedali, porti e altri vari progetti. Difatti, l’ex presidente Mohamed Nasheed ha scritto su Twitter che il prestito dell’India (riguardo il ponte: 100 milioni a fondo perduto e 400 in forma di prestito) è «aiuto genuino da un amico», contrapponendolo all’ influenza sempre più schiacciante del dragone. La chiave di volta indiana può essere una variabile ineliminabile e non influenzabile: il tempo. Secondo il (FES) Office for Regional Cooperation in Asia, ha stilato un rapporto circa l’ espansione indiana, prevedendo, nel caso più favorevole (non per forza probabile), una trade war tra stati uniti e Cina vertere per gli statunitensi. Ciò ,attualmente, farebbe male allo stato indiano, per via delle politiche protezioniste dell’ amministrazione Trump: dazi e multa sui brevetti, tassa sulle aziende delocalizzate e aziende milionarie colpirebbero principalmente l’India, porterebbe lo stato indiano a delle proiezioni economiche più che rosee: crescita annuale del PIL oltre il 7 per cento annuo insieme ad una esponenziale crescita dell’ industria manifatturiera. Questi fattori porterebbero ad una crescita della spesa militare, questione centrale nella politica esterna e interna indiana.
Infatti il governo indiano ha deciso di cambiare radicalmente la struttura militare adottata. Invece di reclutare soldati professionisti per un’intera carriera di servizio e dunque adottarli fino ad età pensionabile, l’esercito indiano, in base a una nuova politica chiamata “Agnipath” (sentiero del fuoco in hindi), recluterà le nuove forze armate ora con contratti a breve termine come “agniveer” (coraggioso del fuoco in hindi), un nuovo grado militare. Saranno assunti per quattro anni, incluso il periodo di addestramento e il congedo, senza alcuna pensione, assistenza sanitaria. Fino a un quarto di loro potrebbe essere ripreso come soldato regolare in seguito, creando una competizione nociva per il mantenimento all’interno dei ranghi. Ciò interferirà radicalmente con l’organizzazione delle forze armate indiane, con conseguenze potenzialmente devastanti se non gestite correttamente. Questa nuova bizzarra politica di reclutamento varatadal governo ma osteggiata, dal ministro della difesa Rajanath Singh, è altamente influenzata dalla caduta della rupia rispetto al dollaro, dall’inflazione crescente e dalla alta domanda di adesione all’ esercito indiano, esercito formato da 1,4 milioni tra soldati e riservisti e in continuo ammodernamento per fronteggiare gli eserciti degli acerrimi nemici: Cina e Pakistan. Quest’ ultimo fresco di accordo con l’Arabia Saudita circa la copertura dell’ombrello nucleare anche verso la nazione Medio orientale. Un patto di “reciproca deterrenza” tra le potenze islamiche. Accordo definito “spartiacque”, per via di un inaspettato allontanamento dei sauditi rispetto l’india, con i quali intrattengono rapporti floridi. L’ alleanza militare Arabia-Pakistan rischia di spostare le macro-sfere di influenza americane e cinesi: Arabia, partener soprattutto militare e energetico degli stati uniti, collabora con il Pakistan affine per il sunnismo ma non per alleato commerciale principale: la Cina. Uno spostamento di influenza soprattutto militare da parte dell’Arabia- da stati uniti a Pakistan, quindi alla Cina, uniti anche dall’ accordo del corridoio CPEC: China Pakistan Econimic Corridor, collegando il porto pakistano di Gwandar alla regione dello Xinjiang, includendo anche infrastrutture strategiche come strade, ferrovie e centrali energetiche, con una spesa di oltre 62 miliardi di dollari – porterebbe ad una polarizzazione crescente nella regione, scaturita principalmente dall’ attacco a Doha da parte di Israele, che ha sorvolato ad altissima quota lo spazio aereo saudita. Uno spostamento quindi anche della sfera americana, tendente al continente indiano, che mira a sterilizzare soprattutto le capacità cinesi e assicurare stabilità nella regione. Il Pakistan attualmente sta dando uno “show of force” negli attacchi recenti in territorio afghano , contro delle presunte cellule terroristiche finanziate da Kabul operanti in Pakistan. Quest’ ultimo fattore di grande destabilizzazione interna dello stato indiano. ISI, lo “stato nello stato” pakistano, è stato (ed è tuttora, vedi gli attacchi dello scorso aprile) sotto la lente della politica indiana per via dei presunti finanziamenti a cellule terroristiche presenti nel kashmir indiano e lungo il confino interdetto, dove i due stati combattono a colpi di cannone.
Un ruolo di crescente tensione, anche per via dell’incognita Taiwan, accompagna la crescita dello stato indiano, astro nascente della politica mondiale. Il terzo esercito più potente al mondo accresce il proprio ruolo di muro e concorrente alla potenza cinese (fondatori e alleati del BRICS) al contempo accrescere la presenza nell’emisfero politica occidentale, tramite gli Stati uniti e alleanza come il QUAD. Uno stato dunque poliedrico, pronto ad entrare di diritto tra i grandi del pianeta
Francesco Ferrazzo
Bibliografia
https://www.ilpost.it/2021/02/11/cina-diga-centrale-idroelettrica-tibet-yarlung-tsangpo-india
https://www.ilpost.it/2020/11/25/maldive-cina-india-ponte
https://asia.fes.de/news/india-geopolitics-2025.html


