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Iran: dubbi e differenti ricostruzioni




Le conseguenze degli attacchi americani al programma nucleare iraniano a tre mesi dagli eventi

CONTESTO BELLICO

Gli attacchi statunitensi contro il programma nucleare iraniano hanno segnato l’ingresso americano nel conflitto diretto tra Israele e l’Iran, iniziato con l’Operazione Rising Lion, lanciata ufficialmente il 13 giugno 2025 da Israele e condotta con una serie di raid aerei e con droni, preceduti da sabotaggi condotti da agenti del Mossad infiltrati, su siti nucleari, basi militari e residenze di generali e scienziati nucleari iraniani. A questi attacchi Teheran ha risposto con l’operazione True Promise 3, condotta tramite il lancio di missili balistici e droni contro le infrastrutture, le basi militari e le città israeliane. Dopo diversi giorni di preparativi e numerose richieste israeliane, il 22 giugnogli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione Midnight Hammer, attaccando i tre principali impianti nucleari iraniani di Natanz, Fordow e Isfahan, utilizzando bombe GBU-57 (progettate per raggiungere bersagli collocati a grandi profondità) lanciate da bombardieri B-2 spirit, e missili Tomahawk. La sera successiva, in risposta agli attacchi, l’Iran ha lanciato missili contro la base americana di Al Udeid, situata nei pressi di Doha, in Qatar. L’offensiva, denominata Operazione Glad Tidings of Victory, ha visto l’utilizzo di 14 missili balistici, 13 dei quali intercettati dalla difesa aerea americana e qatariota. L’unico missile non intercettato ha colpito un sistema di comunicazione all’interno della base americana, provocando dei danni limitati. Si è trattato di un’azione dal forte potenziale simbolico ma dalle limitate ambizioni belliche, l’Iran ha fornito un preavviso sia al Qatar sia agli Stati Uniti prima dell’attacco, favorendo l’evacuazione e imitando la possibilità di vittime. Meno di 12 ore dopo è entrato in vigore cessate il fuoco, promosso da Washington e Doha, che ha messo fine al conflitto, denominato successivamente come guerra dei 12 giorni
 

PRIME DICHIARAZIONI E DUBBI

Immediatamente dopo l’attacco diverse autorità statunitensi ne hanno rivendicato il suo successo. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito l’operazione un “successo incredibile e travolgente”, affermando con risolutezza di aver “devastato il programma nucleare iraniano”. Il Generale Dan Caine ha descritto i danni inferti ai tre siti come “estremamente gravi” e ha lodato la precisione dell’operazione, evidenziando che era stata il primo impiego operativo del GBU-57. Il Presidente Trump, in un discorso dalla Casa Bianca ha esaltato l’operazione definendola una “spettacolare vittoria militare” e ha ribadito che le strutture nucleari iraniane sono state “completamente e totalmente annientate”. Le repliche iraniane, prevedibilmente, hanno minimizzato le conseguenze degli attacchi e, in risposta a questi ultimi, la Repubblica Islamica ha interrotto la cooperazione con l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Energia Atomica (AIEA), denunciando alcune presunte complicità di quest’ultima con Israele e con gli USA, impedendo agli ispettori di controllare i siti nucleari. Un ulteriore minaccia ventilata dai vertici della Repubblica Islamica è stata la possibilità di abbandonare il Trattato di non Proliferazione delle Armi Atomiche.

I primi dubbi sugli effettivi risultati dell’attacco sono emersi già pochi giorni dopo la conclusione di quest’ultimo. Un articolo pubblicato dalla CNN e ripreso da numerose testate giornalistiche, infatti, ha ridimenzionato le affermazioni trionfalistiche, citando una valutazione preliminare riservata del Defense Intelligence Agency (DIA), la quale avrebbe stabilito che i raid statunitensi su tre siti nucleari iraniani avrebbero ritardato il programma di soli pochi mesi (stimati da uno a due), una stima in netto contrasto con le affermazioni del presidente Trump e di alti ufficiali USA che avevano definito le strutture “completamente obliterate”. I dubbi sull’efficacia dell’attacco erano legati alla significativa profondità a cui erano collocate le strutture nucleari iraniane (l’impianto di Fordow, il principale bersaglio dell’attacco, si trovava a circa 70–90 metri sotto roccia solida, con alcune stime che parlano anche di oltre 100 metri), che avrebbe potuto ridurre l’efficacia delle armi impiegate. Il rapporto sostenevache gli attacchi avevano danneggiato le strutture esterne come edifici di supporto e ingressi, ma non fossero stati in grado di distruggere le strutture sotterranee, comprese le centrifughe necessarie per l’arricchimento dell’uranio. Nel frattempo, i dubbi sono stati alimentati anche da alcune comunicazioni segrete intercettate, ottenute dal Washington Post, nelle quali alti funzionari iraniani affermavano che gli attacchi statunitensi erano stati meno devastanti di quanto sostenuto ufficialmente dagli americani. Le intercettazioni sono state bollate dai funzionari americani come propaganda iraniana volta a nascondere e minimizzare le conseguenze dell’attacco. La valutazione del DIA non è stata unanimemente accettata, anche a causa della presenza di molte ricostruzioni ipotetiche e non basate su valutazioni inoppugnabili. La Portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha definito il report “assolutamente sbagliato” ribadendo la narrativa dell’“obliterazione totale”. Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale, ha pubblicamente respinto queste valutazioni, citando “nuove informazioni di intelligence” che avrebbero confermato la totale distruzione delle strutture nucleari iraniane ed ha sostenuto che, qualora Teheran avesse deciso di ricostruire il suo programma nucleare, avrebbe dovuto ricostruire completamente tutte e tre le strutture, un processo che, secondo lei, richiederebbe anni. Un parere simile è stato espresso anche da John Ratcliffe, direttore della CIA, che ha rilasciato una dichiarazione, esplicitamente formulata per smentire il report DIA e sostenere il messaggio del presidente Trump, il quale sosteneva che, secondo fonti affidabili e consolidate, diverse strutture chiave del programma nucleare iraniano fossero state distrutte e avrebbero necessitato anni per essere ricostruite. Inoltre, durante un briefing classificato con il Congresso, Ratcliffe ha informato che, secondo l’intelligence, la gran parte dell’uranio arricchito accumulato dall’Iran fosse probabilmente rimasta sepolta sotto le macerie dei siti bombardati, in particolare a Isfahan e Fordow, sottolineando inoltre come la distruzione dell’unica struttura di conversione dell’uranio in metallo, essenziale per produrre il nocciolo esplosivo di una bomba, rappresentasse un ostacolo operativo significativo e prolungato: senza questo impianto, l’Iran sarebbe incapace di produrre un’arma nucleare per anni.

DICHIARAZIONI DELL’AIEA E PRIME IMMAGINI SATELLITARI

Verso la fine di giugno il direttore generale, AIEA Rafael Grossi, ha affermato che l’Iran sarebbe stato potenzialmente in grado di riprendere la produzione di uranio arricchito entro pochi mesi, nonostante gli attacchi statunitensi e israeliani alle sue strutture nucleari. Grossi ha precisato che gli attacchi avevano causato danni significativi, ma non totali, contraddicendo le affermazioni di Trump, sostenendo, invece, che l’Iran avrebbe potuto riprendere la produzione di uranio arricchito entro un paio di mesi. Grossi ha anche sollevato il tema delle scorte di uranio già precedentemente arricchito che erano in possesso dell’Iran (di cui circa 408 kg arricchiti al 60%, vicino alla soglia del 90% necessaria per l’utilizzo bellico, e sufficienti per produrre almeno 10 bombe), sostenendo che esse non fossero state distrutte negli attacchi e che fossero state, probabilmente, trasferite in siti segreti. Questa versione, in parziale contrasto con quella del direttore della CIA, secondo cui le scorte di uranio si trovavano ancora sepolte sotto i siti bombardati, è stata rafforzata dal fatto che, pochi giorni prima degli attacchi, diversi camion (immortalati da immagini satellitari) fossero presenti nelle vicinanze dei siti nucleari, consentendo di ipotizzare che il loro scopo fosse quello di spostare materiale già arricchito o necessario per l’arricchimento. L’AIEA ha comunque ribadito la sua difficoltà nel valutare i danni ed individuare le scorte di uranio arricchito a causa del divieto imposto dal governo iraniano di svolgere ispezioni.

Le prime immagini satellitari successive agli attacchi, pubblicate dalla CNN, hanno mostrato crateri e danni alle strutture di superficie presso i tre siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, rendendo tuttavia difficile immaginare l’entità della distruzione delle infrastrutture sotterranee più protette. Le immagini hanno mostrato danni significativi al sito di arricchimento di Natanz, con crateri visibili sopra la presunta ubicazione delle strutture sotterranee e danni agli edifici di supporto. Gli osservatori hanno sostenuto che la perdita di alimentazione elettrica avrebbe probabilmente compromesso le centrifughe avanzate, rallentando la capacità di arricchimento dell’Iran. Per ciò che riguarda la struttura nucleare di Fordow, quella soggetta ad un attacco più intenso, le immagini hanno evidenziato danni alle strutture superficiali, mostrando, tuttavia, come le entrate dei tunnel sotterranei sembrassero essere state protette o parzialmente sepolte prima degli attacchi, rendendo l’attacco potenzialmente meno devastante. Infine, le immagini del Centro Tecnologico Nucleare di Isfahan, hanno mostrato danni estesi con edifici distrutti e potenziali impatti sulle strutture sotterranee. Il principale limite delle analisi basate sulle immagini satellitari risiede nel fatto che esse non possono rilevare i danni inflitti alle installazioni sotterranee. È stato ipotizzato che le onde d’urto delle esplosioni e il collasso superficiale ad esse legato possano non aver raggiunto le strutture collocate alle profondità maggiori o distrutto i macchinari collocati in cavità protette.

STIME AL RIBASSO

Nel mese di luglio le dichiarazioni della politica americana sono state ridimenzionate da ulteriori analisi. Basandosi sulle prime immagini satellitari e sui primi rapporti disponibili, gli analisti dell’Institute for the Study of War (ISW) hanno sostenuto che gli attacchi statunitensi avevano colpito alcune infrastrutture secondarie, come magazzini di materiali, depositi e alcune strutture di supporto logistico ma che le strutture critiche per l’arricchimento dell’uranio e la produzione di materiale fissile fossero rimaste sostanzialmente intatte, riducendo l’effetto strategico immediato, producendo danni localizzati ma non generali. Già dai primi giorni di luglio le rilevazioni satellitari hanno consentito di individuare la presenza di mezzi pesanti e squadre di lavoro incaricate di rimuovere le macerie e liberare gli ingressi (in particolare presso il sito nucleare di Fordow), per valutare i danni.  

Oltre ad evidenziare delle capacità di resilienza ben consolidate dell’Iran, gli analisti dell’ISW hanno evidenziato che l’estensione e la ramificazione delle strutture nucleari iraniane hanno reso difficile la totale distruzione delle strutture tramite attacchi limitati. A differenza delle prime dichiarazioni ufficiali, che tendevano a enfatizzare un successo operativo significativo e ritardi importanti nel programma nucleare iraniano, i primi dati sul campo sembravano indicavano che i danni materiali erano contenuti e le capacità operative principali non erano compromesse, evidenziando un divario tra percezione pubblica e valutazione tecnica. In risposta alle sempre maggiori obiezioni sollevate dagli analisti, il Pentagono ha dichiarato, a inizio luglio, che gli attacchi avrebbero ritardatoil programma nucleare iraniano fino a due anni riconoscendo, tuttavia, che le capacità di ripresa erano ancora presenti. Queste dichiarazioni evidenziavano una distinzione tra il danno fisico alle infrastrutture e la capacità di arricchimento complessiva, osservando come le strutture di arricchimento critiche non fossero state completamente distrutte. Ulteriori revisioni conservative sono emerse alla metà di luglio, pubblicate dalla NBC e, successivamente, riprese da ulteriori agenzie stampa. Basandosi su nuove informazioni di intelligence l’NBC riportava che solo uno dei tre principali siti nucleari iraniani era stato significativamente danneggiato (probabilmente quello di Fordow, il sito maggiormente difeso ma anche quello attaccato con maggiore forza dagli americani, anche a causa del suo forte valore simbolico), mentre le strutture sotterranee degli altri due siti di Isfahan e Natanz erano parzialmente operative o del tutto intatte, con eventuali danni riparabili nel giro di pochi mesi, riducendo l’impatto strategico degli attacchi, che si erano concentrati in particolare sulla distruzione delle strutture sovrastanti, in particolare su quelle deputate all’alimentazione elettrica.

Per ciò che riguarda il sito di Natanz, secondo il rapporto pubblicato da NBC, le centrifughe principali non erano state distrutte, le attività di arricchimento erano state probabilmente temporaneamente rallentate a causa della necessità di riparazioni o sostituzioni di alcune apparecchiature. Le gallerie sotterranee in cui erano collocate le centrifughe non risultavano né collassate né gravemente danneggiate, consentendogli di rimanere operative o di essere rapidamente riparate, a condizione che i sistemi di supporto fossero ripristinati. Anche per ciò che riguarda il sito di Isfahan le centrifughe e le linee di arricchimento sotterranee non risultavano essere state distrutte, indicando che la capacità di arricchimento potrebbe essere ripristinata in tempi relativamente brevi. Lo stesso sito di Fordow, seppur maggiorente danneggiato, non poteva essere considerato completamente neutralizzato. Sebbene gli attacchi avessero distrutto o gravemente danneggiato i sistemi di alimentazione e distribuzione dell’elettricità all’interno del sito, fondamentali per il funzionamento delle centrifughe, le strutture di supporto e gli edifici sovrastanti, necessari per la logistica e la manutenzione delle centrifughe avanzate e alcune centrifughe, in particolare quelle più esposte o obsolete, non avevano distrutto i tunnel principali sotterranei, deputati alla protezione delle centrifughe più avanzate (nonostante ciò, le vibrazioni causate dalle esplosioni potrebbero comunque aver compromesso alcune centrifughe e le apparecchiature più sensibili).

Queste nuove rivelazioni hanno inevitabilmente portato ad una rivalutazione del ritardo del programma. La precedente stima del Pentagono è stata considerata sovrastimata, ventilando l’idea che il programma nucleare iraniano potesse riprendere in tempi molto più brevi, forse in pochi mesi. Le analisi hanno evidenziato ulteriori discrepanze tra la retorica ufficiale e i dati raccolti dall’intelligence, mentre gli Stati Uniti continuavano a enfatizzare l’efficacia dell’operazione, le rilevazioni tecniche e di intelligence avevano evidenziato danni limitati e resilienza iraniana confermata.

PARZIALI CONCLUSIONI E NUOVE CONSIDERAZIONI

Ad inizio agosto un’analisi dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) ha affermato che, nonostante i bombardamenti, l’Iran conservava centrifughe operative e scorte di centrifughe inattive, che potevano essere rese operative in tempi relativamente rapidi. Il paese manterrebbe anche la capacità di costruire e installare nuove centrifughe, aumentando la velocità di arricchimento. L’IISS ha anche ribadito ciò che era già stato affermato dall’AIEA sulla presenza di notevoli scorte di uranio arricchito ancora in possesso dell’Iran. Queste considerazioni hanno spinto l’IISS ad affermare che l’Iran potrebbe ottenere il materiale fissile necessario per un piccolo arsenale in circa cinque mesi, un intervallo relativamente breve che riduce l’effetto deterrente dei raid e dimostra come, sebbene gli attacchi abbiano rallentato il programma, non lo hanno fermato né reso irrealizzabile. Questa ricostruzione è stata confermata da un’analisi del CSIS (Center for Strategic and International Studies), che ha analizzato l’esito dei raid americani, concludendo che essi avevano comportato danni non trascurabili agli impianti e infrastrutture chiave, ma che il programma non poteva definirsi eliminato, evidenziando la permanenza di strutture e know-how che potrebbero consentire all’Iran di riprendere il suo programma.  

Un ulteriore elemento preso in considerazione nella valutazione dell’efficacia dell’attacco americano è la presenza di eventuali siti segreti per l’arricchimento dell’uranio non colpiti dagli attacchi, che è stata oggetto di un’analisi del The Telegraph pubblicata già a fine giugno: secondo la suddetta analisi l’Iran avrebbe costruito una struttura sotterranea estremamente protetta, soprannominata “Pickaxe Mountain”, nei pressi del sito di arricchimento dell’uranio di Natanz, progettata in modo da resistere a bombardamenti pesanti e potenzialmente anche a esplosioni nucleari. Secondo le fonti citate dal The Telegraph, “Pickaxe Mountain” si troverebbe ad una profondità addirittura superiore rispetto a Fordow, considerato già uno dei siti più difesi. Non è chiaro se il sito di sia destinato unicamente alla produzione di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio o se sia pensato per lo stoccaggio sicuro di materiali nucleari o altre finalità militari. Immagini satellitari e analisi indipendenti, citati dal Washinton Post, mostrano come i lavori presso il sito non si siano interrotti nel periodo successivo agli attacchi, subendo, al contrario, un’accelerazione: sono state osservate attività come il rafforzamento di ingressi ai tunnel e l’espansione del perimetro di sicurezza ed è stata rivelata la presenza di mezzi pesanti, cantieri e veicoli nelle vicinanze del sito, segno che l’Iran non considera abbandonata l’iniziativa. Ulteriori fonti sostengono che l’Iran possiederebbe una seconda struttura colloca a notevole profondità vicino al complesso di conversione dell’uranio di Esfahan, che non sarebbe stata distrutta durante gli attacchi statunitensi di giugno. Secondo alcuni esperti potrebbero esserci “centinaia se non migliaia” di centrifughe avanzate collocate in questi siti in siti nascosti ed è legittimo ipotizzare che l’Iran abbia spostato parte dell’uranio arricchito da altri siti (come Fordow) verso questa struttura prima dei bombardamenti statunitensi. L’IAEA, tramite il suo Direttore Generale, ha chiesto spiegazioni sull’attività svolte nel sito di Pickaxe Mountain, ma ha ricevuto risposte evasive da parte iraniana.

Ciò che differenzia le letture di agosto e di settembre rispetto a quelle di giugno e luglio sta nel fatto che esse spostano il focus dell’analisi dai danni materiali alle conseguenze al livello politico e istituzionale. La mancanza di un successo decisivo degli attacchi americani pone l’Iran di fronte ad un bivio, obbligando la leadership politica a decidere se iniziare rapidamente la ricostruzione delle sue capacità nucleari, rischiando un nuovo scontro con gli USA e con Israele, oppure se congelare le sue ambizioni nucleari, tentando la ripresa della via diplomatica. La situazione sul campo impone anche agli Stati Uniti di prendere una posizione nei confronti dell’Iran, potendo scegliere di riprendere la via diplomatica, inasprire la guerra economica tramite nuove sanzioni oppure, ipotesi meno caldeggiata, lanciare nuovi attacchi in caso di manifesta ripresa degli sforzi nucleari da parte di Teheran. Secondo gli analisti dell’ISW l’Iran mirerebbe a sfruttare il cessate il fuoco per ristabilire almeno una parte delle capacità militari perse, facendo tesoro delle esperienze apprese durante la guerra, cercando contatti con paesi come la Cina, la Russia o la Corea del Nord per, potenzialmente, ricostruire le sue strutture nucleari. Dovendo valutare le conseguenze politiche dell’attacco, un’analisi pubblicata sul The Guardian sottolinea eventuali effetti boomerang delle offensive.

Uno degli scopi (mai dichiarato esplicitamente ma palese) degli attacchi, sia americani che israeliani, era quello di infliggere il colpo di grazia al traballante regime della Repubblica Islamica, scosso da anni da tensioni interne. Tuttavia, questo crollo non si è, ad oggi, ancora verificato, il contesto bellico ha spinto il regime a intensificare la repressione interna contro tutte le forme di opposizione tramite arresti di massa, esecuzioni accelerate, censura, espulsioni di oppositori e misure restrittive della libertà di espressione, e a rafforzare la sua diffidenza nei confronti della diplomazia spingendolo, potenzialmente, a intensificare i suoi sforzi militari (anche in direzione dell’ottenimento di un’arma atomica) per ottenere maggiore sicurezza e deterrenza. Nonostante l’enfasi posta sulla fermezza a difendersi da un’eventuale futura aggressione, la via della diplomazia sembra star guadagnando consensi tra i vertici iraniani, inclusi l’Ayatollah Khamenei e il presidente Pezeshkian, anche a causa della sempre incombente crisi economica, dei blackout che flagellano il paese e delle frustrazioni popolari, con sempre più persone ormai scettiche nei confronti delle capacità del regime di difendere il paese da future aggressioni. Nonostante l’apparente moderazione dell’Iran, Washington e Tel Aviv hanno avvertito che, se l’Iran reintrodurrà l’arricchimento, potranno seguire nuovi attacchi o sanzioni mirate. Le scelte pragmatiche e prudenti del regime iraniano potrebbero rallentare un eventuale ripristino della capacità nucleare, ma ciò non annulla il fatto che la resilienza del regime è alta.  In questo clima di costante tensione e incertezza la dirigenza politica dell’Iran ha acconsentito ad una nuova collaborazione con l’AIEA, decisione presa anche sotto la minaccia di nuove sanzioni da parte degli USA e di alcuni paesi europei. Pur acconsentendo alla presenza di alcuni ispettori nel sito nucleare di Bushehr, collocato sul Golfo Persico, l’Iran non ha ancora consentito l’accesso agli impianti oggetto degli attacchi americani, le ispezioni sarebbero fondamentali per valutare lo stato reale del programma. Tuttavia, l’AIEA precisa che, nonostante l’assenza di ispezioni dirette, non è stata rilevata finora alcuna significativa movimentazione di materiale nucleare. La società iraniana si presenta come fortemente spaccata, mentre alcune figure moderate spingono per un compromesso al fine di evitare un crollo economico, i nazionalisti e gli ambienti religiosi rigettano tale apertura, vedendo il reinserimento di ispettori come una capitolazione, fomentando una narrativa di resistenza eroica contro qualsiasi minaccia esterna e rigettano apertamente qualsiasi apertura al controllo internazionale. Tra la popolazione civile i sentimenti sono estremamente variegati e contrastanti, alcuni mostrano fiducia nella resilienza nazionale di fronte alle sanzioni, mentre altri invocano una linea pragmatica e chiedono un compromesso per evitare un ulteriore crollo economico o tensioni sociali. Inoltre, molti osservatori interni temono che il ritorno delle sanzioni ONU, reso probabile dall’attivazione del meccanismo di reinserimento di quest’ultime da parte di Gran Bretagna, Francia e Germania per le gravi violazioni dell’Iran rispetto al trattato del 2015, potrebbe essere “più pericoloso della guerra stessa”. Secondo il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi le sanzioni rischierebbero di provocare un collasso economico e un’acuta instabilità sociale e politica.

FONTI (in ordine cronologico)

https://www.reuters.com/world/us-strikes-may-have-set-back-iran-nuclear-program-only-months-sources-say-2025-06-24

https://www.politico.eu/article/iran-resume-uranium-enrichment-months-iaea-rafael-mariano-grossi

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2025/06/25/pickaxe-mountain-iran-hidden-nuclear-fortress-trump-bomb

https://www.understandingwar.org/backgrounder/iran-update-june-26-2025

https://www.theguardian.com/world/2025/jun/26/iran-nuclear-facility-damage-assessment-new-intelligence-trump-claim

https://www.understandingwar.org/backgrounder/iran-update-july-28-2025

https://www.theguardian.com/world/2025/jun/29/iran-will-likely-be-able-to-produce-enriched-uranium-in-a-matter-of-months-iaea-chief-says

https://www.reuters.com/world/middle-east/intercepted-iranian-communications-downplay-damage-us-attack-washington-post-2025-06-29

https://apnews.com/article/iran-nuclear-facilities-us-strikes-b79fc83a904076f6fffb383e9269a908

https://edition.cnn.com/2025/06/30/middleeast/satellite-imagery-iranian-nuclear-site-latam-intl

https://www.wsj.com/world/middle-east/pentagon-says-u-s-strike-delayed-irans-nuclear-program-by-up-to-two-years-8d51eb81

https://www.reuters.com/world/middle-east/us-strikes-destroyed-only-one-three-iranian-nuclear-sites-nbc-news-reports-2025-07-17

https://www.nbcnews.com/politics/national-security/new-us-assessment-finds-american-strikes-destroyed-only-one-three-iran-rcna218761

https://www.understandingwar.org/backgrounder/iran-update-july-3-2025

https://www.iiss.org/online-analysis/survival-online/2025/08/attacking-iran-and-tempting-fate

https://www.understandingwar.org/backgrounder/iran-update-august-5-2025

https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/aug/03/us-israel-iran-attacks-50-days-on-nuclear-weapons

https://www.csis.org/analysis/damage-irans-nuclear-program-can-it-rebuild

https://www.reuters.com/world/middle-east/diplomacy-or-defiance-irans-rulers-face-existential-choice-after-us-israeli-2025-08-14

https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-not-yet-allowing-inspectors-into-main-nuclear-sites-says-u-n-atomic-agency-chief-29081c1a

https://www.theguardian.com/world/2025/aug/30/far-more-dangerous-than-war-iranians-brace-for-prospect-of-un-sanctions

https://www.washingtonpost.com/national-security/2025/09/26/iran-underground-nuclear-us

fonte immagine di copertina: Planet Labs

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