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La strategia del nuovo impero turco

Tra rinnovata narrazione imperiale e ambiguità nella diplomazia

Gli anni recenti hanno visto un crescente attivismo della Turchia in una serie di teatri
cruciali dello scenario politico internazionale a cavallo tra Mediterraneo e Oceano indiano, come in Libia, Somalia e Siria. Tutto ciò portando avanti una posizione diplomatica indecifrabile,
fatta, da un lato, dall’appartenenza alla NATO come uno degli attori europei di primo piano (almeno militarmente parlando) e dalla volontà espressa di entrare, prima o poi, nell’Unione Europea. Tali aspetti, dall’altro lato, sono clamorosamente conciliati da un crescente amoreggiamento nei confronti dei BRICS, manifestato dal recente accoglimento dell’invito di partnership commerciale avanzato da questi ultimi[1]. A ciò si aggiunge l’impattante presenza di una narrazione imperiale dalle venature neo-ottomane riportata in auge con immenso successo negli ultimi anni, come cristallizzato dalle parole che il presidente Erdoğan ha pronunciato in occasione della sua rielezione, nel maggio del 2023, in cui si evoca l’attuale secolo come “Türkiye yüzyılı” (secolo della Turchia)[2].

Maneggiare la Turchia

Per meglio ricordare il soggetto di cui si sta trattando e per meglio spiegare la sua proiezione geopolitica, è importante comprendere quanto i turchi siano affettivamente e psicologicamente legati alla presenza politica di capi percepiti come forti – caratteristica tipica delle popolazioni dalla lunga tradizione storica imperiale – tanto che anche lo stesso Atatürk, padre dell’attuale repubblica che ha rottamato il sistema di potere dei sultani, nonché personaggio che gode di larghi apprezzamenti alle nostre latitudini, era anch’egli un ex generale e ha governato il paese in maniera sostanzialmente autoritaria. Questo si lega a doppio filo alla dimensione militarista di una nazione che, lungi dall’avere la medesima posizione di subalternità di altri soggetti all’interno del sistema americano, è il secondo esercito più importante della NATO per effettivi, con l’ancora vigente coscrizione obbligatoria[3]. Un sistema militare moderno ed attrezzato, dove è di assoluta rilevanza la produzione di droni, che negli ultimi tempi è incrementata sensibilmente grazie agli investimenti nell’azienda Skydagger, la quale ha avviato l’attività nel 2024 con la produzione di droni kamikaze FPV, e ha di recente raggiunto una produzione annua di 120.000 unità, confermando questa tecnologia bellica tra i punti chiave dell’agenda dell’industria della difesa turca[4].

I teatri operativi: tra Corno d’Africa e Asia minore

Ma procediamo con ordine. Dal punto di vista internazionale, nel contesto che qui si intende analizzare, l’azione di Ankara comincia, nel febbraio 2024 la Turchia aumenta sensibilmente la propria presenza militare in Somalia, ottenendo grazie a una vantaggiosa intesa bilaterale la gestione di porti e infrastrutture strategiche, nonché l’intestazione della difesa navale somala e il 31% dei proventi della zona economica esclusiva pertinente a Mogadiscio[5]. Ne scaturisce anche un incremento della presenza militare diretta dell’esercito ancirano, già avviata da almeno un decennio e che si articola nell’imponente base militare di Mogadiscio, Camp TURKSOM, destinata anche all’addestramento e all’ammodernamento delle forze armate autoctone[6].
Tra il 27 novembre e l’8 dicembre dello stesso 2024, la rapidissima offensiva di Hay’ at Tahrir Al Sham piegò completamente l’ormai agonizzante regime alauita. Anche questo impeto militare, come il grosso delle azioni di HTS nell’ultimo decennio, risulta a tutti gli effetti essere pilotato da Ankara, visto sia il supporto tecnico e logistico turco alle milizie ribelli siriane, sia la necessità di attendere i dovuti lascia-passare a nord prima di procedere con le operazioni: sviluppo cruciale da cui risulta un nuovo stato siriano non più afferente alla Russia, bensì proprio alla Turchia, che con esso proietta la sua sfera d’influenza nel cuore del vicino oriente[7]. Inoltre, a pochi passi da Damasco, procede un vasto programma di investimenti turchi in Azerbaigian, terreno particolarmente florido in quanto storicamente afferente alla Turchia per lingua, cultura e religione[8], che si somma all’incondizionato sostegno militare a Baku, impegnata nella seconda guerra del Karabakh[9].

I Balcani tra investimenti militari e “potere dolce”


Rimane costante, all’interno dell’agenda politica turca, il mai sopito impegno nei Balcani, dove la strategia altaica alterna sapientemente soft-power ad ingerenze più incisive. Proprio pochi mesi fa, in occasione della Fiera Internazionale dell’Industria della Difesa IDEF2025 di Istanbul, il ministro della difesa Yaşar Güler ha firmato con il proprio omologo albanese un “Protocollo di Assistenza Finanziaria”, che consentirà alle forze albanesi di dotarsi di nuovi sistemi d’arma, tra cui sistemi d’artiglieria da 105 mm, di fatto, appaltando alla Turchia il riammodernamento delle proprie forze armate[10]. Sempre in tale direzione si muove la celerissima acquisizione di popolarità delle serie televisive anatoliche, guidate dall’eccezionale successo di “Muhteşem Yüzyıl” (Il secolo magnifico, ambientata tra XV e XVI secolo e basata sulla vita di Solimano), la cui diffusione, che raggiunge oramai tutto il pianeta, si concentra principalmente su balcani e medio oriente, aree che per estraneità naturale all’Occidente, presentano una maggiore fertilità all’influenza culturale di un soggetto come la Turchia, che, del resto, da ex impero dei suddetti territori, ben conosce i meccanismi della proiezione di potenza vigenti in quell’angolo dell’ecumene[11].

Il vecchio Eyalet nordafricano è oggi una spina nel fianco

Nota particolarmente amara nel periodo corrente è, invece, la Libia. Qui, con il governo di Dbeibah agonizzante e l’ulteriore avanzata del generale Haftar, viene messa a serio rischio la capacità di successo di Ankara nella regione, che tuttavia continua a garantire sostegno politico nonché la presenza della Sadat, compagnia militare fondata ad Istanbul nel 2012. L’importanza strategica del vecchio Eyalet non riguarda solamente la politica interna, ma si esplica nella lotta navale ed energetica del Mediterraneo orientale, che coinvolge attori come Grecia, Cipro del Sud e Israele. Ciò considerato, per evitare che il successo tattico oramai sempre più probabile del Governo di Stabilità Nazionale si tramuti in fallimento strategico anatolico, Ankara ha cominciato a intessere relazioni anche con Bengasi. Il 4 aprile 2025, Saddam Haftar, figlio di Khalifa Haftar e Vice Comandante in Capo dell’LNA, ha visitato la capitale turca e incontrato il Ministro della Difesa Nazionale Yaşar Güler. A seguito di tale visita, tra il 18 e il 28 giugno seguente, tre delegazioni tecnico-militari provenienti dalla Libia orientale hanno condotto ispezioni presso vari quartieri generali e istituti di addestramento in Turchia.
Non possiamo certo dire che ciò sia sufficiente a evitare pericolosi rovesci. Tuttavia, in questa operazione, la Turchia conferma sé stessa, nella sua spietata, ambigua, e al tempo stesso perspicace, Realpolitik, dimostrandosi capace di poter conversare con qualunque attore[12].

Conclusione

Posti tutti questi elementi, cercare di capire con estrema precisione quale sarà la traiettoria futura di un soggetto simile è un’impresa assai ardua. Possiamo sicuramente immaginare che continuerà a giocare sotto il tavolo, o meglio, sotto i vari tavoli, approfittando delle crescenti tensioni globali per rinforzare il proprio apparato militare ed essere pronta ad affrontare ogni evenienza, intervenendo dove e quando necessario per cercare di volgere a proprio favore le congiunture della nostra epoca. Di certo, ad oggi, la Turchia adotta un approccio logicamente attendista: sa di non essere pronta a sfidare apertamente potenze ancora troppo più grandi di lei, e tenta di sfruttarne le rivalità per non rimanere esclusa dal gioco. Potenziandosi silenziosamente e aspettando il proprio momento. Ben conoscendo le proprie sfide soprattutto nel vecchio Mare Nostrum, tanto che ha proprio a inizio dello scorso anno investito 350 milioni nello sviluppo della marina militare, prevedendo, tra le altre cose, la costruzione di una nuova portaerei, la MUGEM, da 60.000 tonnellate[13]. È assai possibile pensare a una futura collisione con il nostro paese, cosa, tuttavia, non molto chiara dalle nostre parti, tanto che con Ankara stiamo per organizzare allegramente i Campionati Europei di calcio del 2032[14].
Senza perdere un occhio dal Medio Oriente, da sempre depositario dei destini di ogni potenza anatolica. Con l’Iran sull’orlo di una rivoluzione[15] e la rivalità sempiterna con Israele, non c’è motivo di stare tranquilli. Ma su questo non dobbiamo preoccuparci: i turchi vivono perfettamente nella storia e sono pronti a questo tipo di situazioni. Tutto da vedere se, dinanzi a tali sviluppi, saremo pronti noi.

NC

Note

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