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Sahel, terra di tutti e di nessuno

L’Africa sub-sahariana come “nuova polveriera del mondo”

Con l’espressione Terzo Mondo, coniata da Alfred Sauvy nel 1952, l’economista francese non voleva identificare l’arretratezza e la povertà degli stati in via di sviluppo e modernizzazione, ma intendeva proporre un concetto più ampio, un “terzo stato” di respiro rivoluzionario:

“Noi parliamo volentieri di due mondi in presenza di una loro guerra possibile… dimenticando troppo spesso che ne esiste un terzo, il più importante, e infondo il primo per cronologia; è l’insieme di quelli che chiamiamo con il linguaggio delle Nazioni Unite: paesi sottosviluppati… e infine questo Terzo Mondo, sfruttato, ignorato, disprezzato come il terzo stato, vuole, anche lui, essere qualcos’altro.

le nazioni del terzo mondo (e paesi non allineati) si riunirono per la prima volta in Indonesia, a Bandung nel 1955, discutendo della decolonizzazione del continente asiatico e soprattutto dell’africa, dibattendo della centralità di una creazione di un campo autonomo contrapposto ai due grandi blocchi dell’epoca. Tra gli anni Quaranta e sessanta del Novecento, si attuò il processo di decolonizzazione da parte dei grandi stati: Germania, Italia, Inghilterra e soprattutto il secondo impero coloniale più grande del continente europeo, la Francia. Il Sahel (etimologicamente legato alla lingua’ araba, Sahil: “bordo del deserto”) comprende paesi come: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Senegal, tutte ex-colonie francesi. Dall’ atlantico al corno d’ africa, dall’ estremo del Fezzan alle giungle tropicali. Il Sahel è stato per anni (e lo è anche tuttora) cruciale per calibrare la bussola geopolitica, captare gli interessi e le mire delle grandi potenze, occidentali e non.

 Popolato da oltre 35 differenti gruppi etnici diversi stanziati in più stati, il Sahel socialmente è spaccato da divisioni perpetrate da anni di  politiche coloniali francesi, la fascia dell’africa sub-sahariana era intesa geograficamente e burocraticamente come “islam noir”, “islam nero” questo per dividerli con l’islam bianco delle regioni mediterranee del nord africa. Un terreno arido che si estende per più di 8000 chilometri e una continua instabilità politica rendono il sahel una nuova polveriera del mondo, una polveriera immersa nel fuoco della radicalizzazione islamica sempre più crescente e violenta e in una crisi umanitaria che conta più di un milione di sfollati tra gli stati centrali del sub-continente africano.

Instabilità sempre più crescente, influenze sempre più crescenti

Nel 2014 l’allora presidente François Hollande, diede inizio all’operazione congiunta Barkhane, facendo cooptare l’esercito francese e quello maliano che stazionava circa 3.500 soldati, frutto della riorganizzazione delle truppe francesi impegnate nella precedente operazione Serval viste le crescenti insurrezioni da parte dei gruppi jihadisti e seguente regionalizzazione del conflitto armato. Un’operazione ‘di terra-non molto consueta soprattutto di questi tempi- mirata a estirpare la presenza jihadista soprattutto nei territori della zona “delle tre frontiere”: Mali, Niger e Burkina faso (tutti paesi dove era presente il Franco Centro Africano, CFA). Le costruzioni delle basi militari e potenziamento delle capacità militari (una su tutte la capacita di remote warfare) non mise fine alla piaga che affligge gli stati da tempo. Nel 2020 il governo Macron si rese conto che l’operazione Barkhane non era più sostenibile economicamente, nel 2022 l’operazione si concluse con non poche perplessità: la funzione manifesta del ruolo francese non fu completata, il terrorismo islamico non fu sradicato per via di vari fattori: il mandato dell’operazione francese prevedeva essenzialmente l’accompagnamento delle forze armate regionali e il rafforzamento delle capacità degli eserciti locali di farsi carico della lotta al terrorismo in autonomia. I ‘danni collaterali’ delle operazioni di controterrorismo, che hanno contribuito ad ampliare il bilancio delle vittime civili nella regione, e le campagne di disinformazione condotte da network mediatici e politici legati ad attori esterni interessati a indebolire l’immagine pubblica della Francia imputandole ad esempio convivenza e appoggio con i gruppi jihadisti e supporto politico ai progetti di secessione dell’Azawad ovvero territorio del Mali separatista da parte dei movimenti ribelli tuareg dove il suo interesse geostrategico deriva soprattutto dalla presenza nel sottosuolo di riserve di gas, oro, uranio e petrolio nonché dal suo essere area di passaggio delle rotte del traffico illecito di armi, droga e carburante verso il nord del mondo, oltre che capo di addestramento statunitense e base dell’ operazione “flintlock” per contrastare anch’essi i gruppi armati jihadisti presenti nella regione. – hanno avuto un peso altrettanto determinante nei processi di erosione della legittimità della presenza francese in Sahel, alimentando l’idea che da interessi economici predatori e da un’agenda politica nascosta originassero le linee guida della politica francese.

Il governo francese inasprì i già difficili rapporti con il governo maliano dopo il golpe del 2021 del colonnello Goita. Il governo francese minacciò il neo-governo di annullare il supporto militare congiunto alle forze maliane, se il paese non fosse ritornato nei canoni (largamente intesi) democratici. Dopo la fine di Barkhane, il governo Macron diede il via ad un ampio ridimensionamento delle truppe francesi nella regione e chiusura di varie basi militari. Il governo di Bamako, già in rotta di collisione (diplomaticamente) con il governo francese, lo accuso di aver deciso unilateralmente di aver smantellato Barkhane, esponendo il Mali e il suo esercito a rischi incombenti se non tutelati. Il governo maliano così facendo attua una mossa di realpolitik, transitando da un emisfero all’ altro, passando dalla tutela francese a quella russa. Il Mali ha bisogno di controbilanciare gli effetti di un abbandono francese, trovando nel gruppo Wagner (PMC), l’alleato ideale con il presunto obbiettivo di forzare la Francia a rivedere le proprie posizioni strategiche. Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian denunciò pubblicamente la decisione del governo (illegittimo) di Bamako di riconoscere ai contractor di Wagner i diritti di accesso al territorio e alle risorse maliane. In un fuoco di accuse incrociato, il primo ministro maliano incolpò la Francia di aver addestrato i gruppi armati nel nord del Mali, pianificando la secessione dell’Azawad. Esso è uno dei “leit motif” delle narrazioni antifrancesi di Bamako . La definitiva rottura delle relazioni diplomatiche franco-maliane seguì la decisione della giunta di espellere dal paese l’ambasciatore francese in Mali Joël Meyer, a fine gennaio 2022 e indire l’evacuazione delle basi militari francesi, espropriate e “donate” all’ esercito maliano. Il 20 maggio scorso il governo francese ha approvato un disegno di legge che potrebbe formalizzare la fine dell’ultima moneta coloniale ancora in vigore nel mondo moderno: il franco CFA che circola nei paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa). Una riforma fortemente voluta dal presidente Macron per mettere a tacere le crescenti critiche che piovono dall’Africa e dall’Europa, soprattutto da Germania e Italia. Il franco CFA è sempre stato un vincolo che legava gli stati del Sahel alla Francia, quasi come un cordone ombelicale che negli anni ha ottenuto un valore sempre più simbolico, tanto da tramutarsi per le nuove generazioni africane in elemento di protesta e rivolta, un distacco dalla (non più) madrepatria francese.

L’ allontanamento di un altro membro del ECOWAS (comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale – Economic Community of West African States/ Communauté économique des États de l’Afrique de l’ouest – CEDEAO), coperto storicamente dall’ ombrello d’influenza francese e ora in misura minore è il Burkina Faso. Dopo il colpo di stato del 2022 da parte del colonnello Damiba, la cooperazione franco-burkinabè era destinata su una linea di continuità. Anche se incerti della tenuta democratica del nuovo governo golpista, la Francia ha assicurato l’ appoggio al governo burkinabè, in cambio il neo-governo assicurava il dialogo rispetto politiche securitarie e stabilizzatrici e di cooperazione con gli alleati europei. Ma con la presa di potere di Ibrahim Traore, il sentimento di emancipazione antifrancese confluì nella linea di governo “sovranista” della nuova giunta militare, rompendo quasi definitivamente i rapporti con la Francia: la crescente ostilità iniziò con l’espulsione di presunti cittadini che operavano come spie per il governo francese, successivamente con la ritirata di 400 soldati di elitè (unità Sabre) dal territorio Burkinabé e la notifica di annullamento del trattato di cooperazione del 1961, sfrattando il personale militare francese in forza alle amministrazioni decentrate in Burkina Faso. Ad Ouagadougou furono deposte le bandiere francesi, e sventolate quelle russe, conferma che il burkina faso abbia coltivato un nuovo ipotetico alleato. A dimostrazione dell’avvicinamento della giunta militare al governo russo- come nel caso maliano, con non poche analogie -abbiamo la visita del primo ministro Apollinaire Joachim Kyélem de Tambèla a Mosca. Il dispiegamento di forze terrestri avviene però anche in questo caso tramite il gruppo Wagner, denominato “africa corps” come deterrente alla minaccia jihadista incombente e martoriante. Il “contro peso” in dunque si è spostato da una sfera di influenza all’ altra ma non rompendosi definitivamente: l’ex primo ministro Ouédraogo, aveva sottolineato come non ci fossero problemi tra i popoli burkinabé e francese, ma bensì tra i governi, sottolineando come il paese voglia “partner sinceri che vogliano davvero aiutarci ad entrare in una logica di partnership di win-win” dove la Russia in cambio di (ancora non ufficiali) appoggio nella lotta ai gruppi armati, potrebbe trarne vantaggio tramite l’estrazione di risorse minerarie: estrazione d’oro (dove il burkina faso è produttore a livello mondiale), zinco, rame e manganese che lo rendono un obiettivo di assoluto interesse per Mosca, senza contare la leva del sentimento antifrancese resa uno strumento di propaganda- soprattutto tramite i social network come Telegram, dove il gruppo Wagner e le PMC operanti nel territorio usano la piattaforma come base di disinformazione e guerra ibrida sia in chiave antifrancese che antijihadista-, in quanto la presenza russa è vista come “liberatore” del paese dagli interessi francesi nella regione, tanto in Burkina faso che in mali.

Il crescente interesse di altri attori, come la Cina con l’apertura di una base militare navale in Djibouti, e interesse del Niger e del Ghana (le “superpotenze” economiche del continente che sono sempre state poco accondiscendenti circa l’influenza francese nelle politiche monetarie sulle ex colonie ) nell’ aprire al sistema bancario nazionale lo Yuan, pone in dubbio il vecchio ordine della “Françafrique” e la tenuta delle sfere di influenza occidentali, scaturendo un sentimento di rivalsa e emancipazione di una popolazione sempre più insicura ma speranzosa che qualcosa possa cambiare

Francesco Ferrazzo

Bibliografia

https://oxfordre.com/africanhistory/display/10.1093/acrefore/9780190277734.001.0001/acrefore-9780190277734-e-167

https://www.geopolitica.info/la-difficile-sfida-del-sahel

https://www.cesi-italia.org/it/articoli/lo-stato-indipendente-dellazawad

https://www.internazionale.it/notizie/andrea-de-georgio/2020/05/28/africa-franco-cfa

https://www.unhcr.org/it/6-volti-della-crisi-nel-sahelhttps://www.affarinternazionali.it/il-ruolo-del-gruppo-wagner-nel-colpo-di-stato-in-burkina-fahttps://www.lafeltrinelli.it/mondo-contemporaneo-1945-2020-libro-marcello-flores/e/9788815292667?gad_source=1&gad_campaignid=17339121055&gbraid=0AAAAAD-Pe5zcvpq1DtPLa4ubrGiqiKmSk&gclid=CjwKCAjwr8LHBhBKEiwAy47uUjx5Kb3ImAvC1c6zMSEJY5gCQo6TpixzBeUZP8hzjwmclKjc3uUnCxoCSwIQAvD_BwEso/

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