pexels-ahmed-akacha-3313934-6471684

Senza diritti, senza lavoro, senza tutele. Come l’assenza di social protection sta ostacolando la ricostruzione della Siria

La nuova Siria di al-Sharaa promette sicurezza e rientri di massa, ma la totale assenza di protezione sociale sta minando la ricostruzione del paese.

Nel corso del gennaio 2026, la Siria è tornata nel caos. Partendo da Aleppo, dove le forze governative siriane hanno lanciato un’offensiva per espellere i combattenti curdi dalle enclave di Sheikh Maqsoud, Ashrafie e Bani Zeid (causando almeno 180.000 sfollati), nel giro di pochi giorni si è innescato un conflitto che ha portato Damasco a riprendere il controllo della quasi totalità dell’est del Paese, altresì noto come Rojava. L’accordo di integrazione abbozzato a marzo 2025, sponsorizzato dagli Stati Uniti, che aveva promesso l’incorporazione graduale delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel nuovo governo di transizione, nel nuovo esercito nazionale e la tutela dei diritti curdi, si è rivelato alquanto fragile.​ Se è pur vero che nelle scorse settimane un nuovo accordo è stato firmato dalle parti coinvolte, la sua tenuta è tutta da verificare.  

I recenti avvenimenti mal si combinano con la dominante narrazione internazionale sulla Siria post-Assad, in cui si parla di ricostruzione e stabilità ritrovata: i media celebrano i rientri di oltre un milione di rifugiati dall’inizio del 2025, con proiezioni dell’UNHCR di 3,5 milioni di rientri annui. In realtà, sotto questa velata patina di ottimismo, la transizione siriana sta incontrando notevoli difficoltà per ragioni che non hanno a che fare esclusivamente con la sicurezza militare, ma anche con la legittimità istituzionale dello Stato, radicata nel fallimento della cosiddetta social protection e nella paralisi economica.​

Il paradosso economico: rimpatri senza protezione

Fin dal loro insediamento, il presidente ad interim Ahmad al-Sharaa e il governo di transizione hanno implicitamente promesso ai siriani espatriati (dietro evidente spinta della Turchia) che fosse possibile “tornare a casa” e che il nuovo Stato sarebbe stato in grado di proteggere e garantire i servizi necessari per ricostruire le loro vite e, quindi, il Paese[1].Una promessa che, però, si è scontrata con l’attuale e complicatissima realtà economica siriana, rendendola di fatto strutturalmente irrealizzabile nel breve-medio termine. Questo divario tra promessa e realtà rappresenta il nucleo della crisi di legittimità che sta caratterizzando il nuovo governo.

Secondo una ricerca condotta dal Norwegian Refugee Council tra dicembre 2024 e febbraio 2025 su oltre 4.300 persone in tutta la Siria, il quadro è desolante: il 76% dei rimpatriati ha cercato attivamente un lavoro, segno di una forte volontà e/o necessità di reintegrarsi economicamente. Di questi, solo il 31% ha trovato un’occupazione temporanea e informale, mentre il 45% è rimasto disoccupato nonostante ripetuti tentativi. Per le persone intervistate a febbraio 2025, rientrate solo da poche settimane, nessuno aveva accesso a una qualche forma di protezione sociale formale, nemmeno abbozzata: niente assicurazioni sanitarie coordinate dal governo, niente contributi pensionistici, niente tutele del contratto di lavoro, e men che meno sussidi di disoccupazione.

Se da un lato pretendere l’immediata presenza di tali forme di protezione in un paese appena uscito da 14 anni di guerra civile sia quasi utopistico, dall’altro bisogna considerare i dati macroeconomici. La Siria è un paese dove il 90% della popolazione vive in povertà assoluta e l’economia si è contratta dell’85% dal 2011; per mettere in prospettiva il tracollo, gli analisti stimano che solo tra 2010 e 2015, la Siria abbia perso circa 51,6 miliardi di dollari in gettito governativo e perdite economiche complessive. Il PIL pro-capite, già basso a 5.100 dollari nel 2010, è ad oggi precipitato a livelli non ancora misurati con precisione, ma si ipotizza sia inferiore ai 1.000 dollari.​

Gli effetti di questa disoccupazione di massa e assenza di protezione sono purtroppo già visibili. Gli studi dell’NRC segnalano un forte aumento del lavoro minorile e dei matrimoni precoci tra i rimpatriati, mentre le famiglie disperate ricorrono ai cosiddetti “meccanismi di adattamento negativi” per sopravvivere. I rimpatriati che non trovano lavoro formale, difatti, si rivolgono a prestatori informali per debiti, entrano in cicli di sfruttamento occupazionale (spesso in lavori non registrati, senza diritti), e i loro figli abbandonano la scuola per contribuire al reddito familiare. È una spirale di impoverimento già sperimentata durante la permanenza in paesi come Turchia e Libano, e che ora si auto-perpetua anche nella propria terra natia.

Un ulteriore livello di vulnerabilità è rappresentato dalla crisi dei diritti di proprietà. Il 40% dei rimpatriati intervistati ha segnalato dispute e contenziosi sulla proprietà delle case, causate dalla distruzione di documenti catastali, dall’occupazione di abitazioni da parte di terzi durante la guerra, e dalla mancanza di un sistema legale funzionante per la risoluzione delle controversie. In altre parole, lo Stato al momento non è in grado di protegge nemmeno il diritto di proprietà più elementare, quello che consentirebbe ai rimpatriati di almeno possedere una casa da cui ricominciare. In aree come Aleppo, Homs e Damasco, interi quartieri hanno case distrutte o soggette a rivendicazioni di proprietà duplicate – un incubo burocratico che alimenta tensioni sociali e complica notevolmente il ritorno per molti.​

Il problema strutturale più profondo, tuttavia, deriva dal fatto che l’80% dell’economia siriana è informale. I “rimpatriati”, infatti, sono spesso costretti a cercare occupazione nei settori sommersi per sopravvivere, dal commercio ambulante non registrato all’artigianato di strada, passando per lavori occasionali non dichiarati. Una ricerca del Geneva Centre for Security Policy osserva che, in realtà, anche prima della guerra “la maggior parte del reddito familiare era generato al di fuori dell’economia formale“, il che “riduceva la capacità dello Stato di raccogliere tasse significative“. Nel corso del 2025, questa struttura si è calcificata: chi lavora nel sommerso non paga tasse, lo Stato non incassa, non può fornire servizi di protezione sociale neanche basilari, e così il ciclo si perpetua in una spirale discendente.​

Il rapporto dell’NRC arriva a una conclusione piuttosto esplicita: “Con poche opportunità di lavoro formale, la maggior parte [delle persone, n.d.r.] rischia di essere confinata nell’economia informale, dove bassi salari e insicurezza del lavoro la fanno da padrone. […] Questo rischia di provocare un forte aumento di meccanismi di adattamento pericolosi, come il lavoro minorile o i matrimoni precoci, mentre le famiglie lottano per soddisfare i bisogni fondamentali“. In altre parole: i rimpatriati stanno scivolando in una trappola di vulnerabilità che potrebbe definire una generazione intera di siriani.​

Il collasso del sistema fiscale siriano

Questo ci porta al cuore del problema, ovvero alla paralisi fiscale dello Stato siriano, che è contemporaneamente causa e conseguenza del fallimento della social protection.

Secondo una delle analisi più recente disponibili[2], a cura dell’economista siriano Karam Shaar, la quota di imposte dirette[3] nel totale del gettito governativo è crollata da un 21% nel 2010 all’12% nel 2024; in dollari statunitensi, tale gettito è precipitato da $4,1 miliardi nel 2010 a soli $382 milioni nel 2024. Il dato non si spiega semplicemente né con l’inflazione, né con una contrazione nominale dovuta al cambio della valuta: si tratta invece di un collasso economico reale del 92% in termini di capacità fiscale dello Stato di raccogliere entrate dirette.​ Il sistema fiscale siriano infatti è diventato profondamente distorto e squilibrato: le tasse sul reddito rappresentano ormai il 99% di tutto il gettito da tassazione diretta, mentre le tasse sulla proprietà, sul capitale, sulla ricchezza immobiliare e sulla trasmissione ereditaria sono praticamente scomparse. Ciò significa che lo Stato non può far altro che tassare i salariati e i lavoratori autonomi con reddito dichiarato, che sono però le persone che mancano in un’economia all’80% informale. Gli imprenditori informali, i commercianti non registrati, i proprietari di piccole aziende non dichiarate, i professionisti/artigiani indipendenti sono tutti soggetti che invece sfuggono al sistema fiscale perché non esiste alcun meccanismo di controllo o enforcement.​

Per comprendere la scala di questo buco nero, occorre fare un confronto internazionale. Secondo un’analisi dell’UNESCWA (la commissione ONU per lo sviluppo economico-sociale dell’Asia Occidentale) sui fallimenti fiscali in stati post-conflittuali, sia la Libia che l’Iraq hanno subito perdite di gettito tra 2010-2015 di 83,5 miliardi e 47 miliardi di dollari rispettivamente, ma entrambi i paesi avevano una base di risorse naturali (petrolio) da cui potevano ancora estrarre revenue perfino durante i rispettivi conflitti. La Siria, invece, aveva perso il controllo dei propri giacimenti petroliferi (gestiti dall’ISIS fino al 2018, quindi dalle SDF a guida curda), e non ha avuto a disposizione nessun’altra base di risorse naturali significative. La sua unica fonte di gettito possibile (oltre al commercio di captagon[4]) è la tassazione sui cittadini, ovvero proprio quell’entrata che è collassata negli ultimi 14 anni.

Una diretta conseguenza è che lo Stato al momento non riesce a investire in infrastrutture che potrebbero invece formalizzare l’economia. Senza strade affidabili, porti funzionanti, sistemi bancari digitali, e servizi di registrazione catastale efficienti, i piccoli imprenditori non hanno incentivo e/o opportunità a formalizzarsi. La distruzione infrastrutturale causata dalla guerra (circa un terzo del patrimonio abitativo delle principali città siriano è stato distrutto, secondo una stima di UN-Habitat, insieme a reti elettriche, idriche, e viali di comunicazione) ha ovviamente peggiorato questo problema.​

Nella sua serie “Syria in Figures”, ancora Karam Shaar, ha concluso che “una riforma non è opzionale, è urgente” al fine di scongiurare un conflitto ulteriore. E non a torto: lo Stato ha un problema tecnicamente insolubile nel breve termine. Per raccogliere un quantitativo di tasse significativo, infatti, ha bisogno di formalizzare l’economia ed espandere il numero di contribuenti formali. Per formalizzare l’economia, però, ha bisogno di offrire protezione sociale credibile (diritti del lavoro garantiti, pensioni, sussidi di disoccupazione, assicurazioni sanitarie, protezione contro lo sfruttamento). Ma per offrire protezione sociale strutturata, ha bisogno di tasse. È un circolo vizioso potenzialmente senza fine, in cui ogni elemento dipende dagli altri senza soluzione di continuità.

Il governo è paralizzato in questa trappola: non ha fondi per investire in meccanismi di protezione socialeche incentiverebbero la formalizzazione, non può raccogliere tasse significative dall’economia informale senza capacità amministrative e tecnologiche (che non possiede) e ogni nuovo rimpatriato che non trova lavoro nel mercato formale si aggiunge al problema, aumentando la pressione sui pochi servizi pubblici già sovraccarichi e riducendo ulteriormente l’incentivo a ritornare per chi si trova tutt’ora all’estero. La legittimità fiscale dello Stato – intesa come la percezione che lo Stato esista realmente e abbia il diritto di tassare i cittadini in cambio di servizi – sta quindi collassando in tempo reale. Quando i cittadini non vedono erogare tutta una varietà di servizi base in risposta delle tasse versate o quando, in questo caso specifico, vedono che la maggior parte dei concittadini non paga tasse perché lavora nel sommerso impunemente, la loro fiducia nello Stato come istituzione legittima crolla. E senza legittimità fiscale, uno Stato non può governare efficacemente, perché governa senza la volontarietà dei governati.

Il conflitto con i curdi: quando la legittimità istituzionale crolla

La questione della legittimità “traballante” del neo-governo siriano ha avuto un evidente impatto anche nella gestione dei rapporti con la minoranza curda nel paese, la quale per più di un anno ha rifiutato un’effettiva integrazione e cooperazione con Damasco.

Nel marzo 2025, gli Stati Uniti avevano facilitato un accordo tra il governo di al-Sharaa e le Syrian Democratic Forces (SDF) che, pur essendo una coalizione di diversi gruppi curdo-arabi, sono considerate il principale rappresentante della popolazione curda del nord-est siriano. L’accordo prometteva un’integrazione graduale delle brigate curde nell’esercito nazionale, diritti culturali riconosciuti, rappresentanza politica, e garanzie di sicurezza per le aree a maggioranza curda. Era una promessa esplicita di inclusività e protezione per una minoranza che, memore del massacro dell’Anfal perpetrato da Saddam Hussein, diffida storicamente degli stati arabi centralizzati.​

Undici mesi dopo, l’accordo si è sgretolato: dopo la presa di Aleppo, le forze governative hanno lanciato un’offensiva lampo verso le posizioni sull’Eufrate dell’SDF, arrivando velocemente a conquistare Raqqa (città simbolo del califfato islamico), il governatorato di Deir ez-Zor (dove si trovano la maggior parte dei pozzi petroliferi della Siria) e parte del governatorato di Al-Hasaka. A fine gennaio 2026 è stato raggiunto un nuovo accordo del tutto simile a quello precedente tra il governo centrale e il leader delle SDF Mazloum Abdi, ma i possibili esiti sono ancora incerti, e la tenuta precaria.

Secondo un’analisi dettagliata della situazione geopolitica di Spondasud, l’implementazione del precedente accordo è stata “discontinua e controversa“, con fallimenti particolarmente acuti negli ultimi mesi (in primis nelle enclave curde ad Aleppo). Cosa è accaduto? Le risposte sono molteplici: l’SDF ha rifiutato di cedere il controllo di petrolio, confini e aeroporti senza garanzie concrete, percependo il governo di Damasco come incapace di garantire sia la loro sicurezza militare che la loro autonomia economica. Perché, d’altronde, la popolazione curda dovrebbe riporre la sua fiducia in uno Stato che non è in grado di gestire le proprie risorse naturali, dubitando così anche della sua capacità di garantirgli protezione politica? Allo stesso modo, pur non essendoci prove concrete in tal senso, i curdi potrebbero aver constatato le enormi difficoltà del governo nel fornire protezione sociale a chiunque (siriani arabi inclusi) e sarebbero giunti alla logica conclusione che non si potesse demandare la propria difesa e tutela etnico-culturale a uno Stato incapace di garantire, tra le altre cose, i più basilari diritti al lavoro e alla proprietà. In altre parole, finché i curdi non percepiranno che i loro diritti, la loro sicurezza e la loro esistenza sono protetti, resisteranno in qualche modo all’integrazione. Non si tratta, quindi, di una questione di identità etnica o diritti culturali in senso stretto, ma è una questione di fiducia istituzionale, radicata nella percezione che lo Stato possa e debba garantire protezione materiale ai propri cittadini. Uno stato che non può offrire stabilità politica, sociale, culturale e, in ultima istanza, economica, è uno stato di cui non ci si può fidare.

In ogni caso, il fallimento curdo non è isolato. Gli alawiti, confinati sulla costa mediterranea nell’area di Latakia e storicamente vicini alla famiglia Assad, hanno subito massacri settari (oltre 1.400 morti nel marzo 2025), mentre i drusi del sud sono in aperta insurrezione contro il governo centrale. Questi conflitti settari e territoriali dimostrano che lo Stato manca di legittimità e autorità per imporre un ordine inclusivo, indebolendo ulteriormente la sua capacità di gestire i rimpatri e la reintegrazione economica.

L’accentramento di potere come risposta all’instabilità

Di fronte a questa crisi di legittimità strutturale, Ahmad al-Sharaa e il suo governo, forti del sostegno turco e (indirettamente) americano, hanno scelto la strada dell’accentramento di potere.

Il presidente ad interim attualmente controlla le nomine del Comitato costituzionale (incaricato di redigere una nuova dichiarazione costituzionale), un terzo dell’organo legislativo, e detiene pieni poteri d’emergenza. Secondo un’indagine condotta da Reuters, poi, il fratello di al-Sharaa, Hazem, controlla il comitato economico ombra che gestisce accordi multimilionari per lo sviluppo del paese e sovrintende la Sham Bank, ovvero il sistema di pagamento attraverso cui transitano tutti gli stipendi del settore pubblico. In questo contesto non si può parlare di amministrazione in senso tecnico-neutrale, ma di un vero e proprio controllo patrimoniale diretto dello Stato: ogni soldo che lo Stato paga ai suoi dipendenti passa attraverso un’istituzione finanziaria controllata dalla famiglia al-Sharaa.​ Come nota Jacobin Magazine, l’assenza di organi di controllo indipendenti e di contrappesi significativi al potere esecutivo mina la credibilità del governo. E il messaggio politico che deriva da questo problema è ancora più esplicito e negativo: se il governo risponde alla crisi di legittimità accentrando ulteriormente il potere nella famiglia al-Sharaa, allora quella che sta avvenendo non è una transizione democratica, bensì rischia di tramutarsi in un nuovo regime autoritario sotto diverso nome, con espressioni come “governo di transizione” al posto di stato di sicurezza “assadista“.​

I possibili scenari

Al netto degli sviluppi sul fronte curdo e nelle relazioni con le altre minoranze (i quali influenzerebbero di certo il processo di stabilizzazione socioeconomica del paese) si configurano tre diversi scenari.

Il primo è il blocco dei rientri. I rimpatriati già in Siria rimangono intrappolati nella povertà estrema, impossibilitati a sopravvivere, ma anche impossibilitati a partire. Nel frattempo, i paesi ospitanti (Turchia, Libano, Giordania) stanno riducendo sistematicamente gli aiuti umanitari e stanno spingendo i rimpatri non per attrazione (cioè perché le condizioni in Siria sarebbero migliori), ma per espulsione (perché i governi ospitanti vogliono ridurre la spesa sociale). L’UNHCR ha oltretutto avvertito pubblicamente che la Siria, al momento, non può ancora essere considerata una meta sicura per i rientri volontari, e se il nuovo accordo tra governo ed SDF non dovesse tenere, questo avvertimento diventerà ancora più urgente e credibile.​

Il secondo è una “re-migrazione” di massa. Se le condizioni sociali, economiche e politiche peggiorano ulteriormente verso un conflitto strisciante e a bassa intensità, è possibile una nuova ondata migratoria verso l’Europa e i paesi confinanti. Ma stavolta il fenomeno non caratterizzerà solo la Siria: il Libano è economicamente fallito, ospita ancora un grande numero di rifugiati siriani e palestinesi ed è costantemente bombardato da Israele, mentre la Turchia è satura e politicamente ostile ai rifugiati. Sullo sfondo, inoltre, ci sono le grandi tensioni in Iran, che potrebbero innescare un fenomeno migratorio a cascata, potenzialmente più grave e complesso di quello del 2015.

Il terzo, ad oggi il più improbabile, va detto, è il collasso della transizione. Se le frizioni tra il governo centrale e le minoranze si intensificano, o si trascinano in diversi conflitti armati diffusi, la transizione può tramutarsi in una nuova spirale di frammentazione statale. Il governo perde così la legittimità internazionale recentemente ricostituita, gli investimenti rimangono bloccati (chi investirebbe in uno Stato nuovamente sull’orlo del conflitto interno?), inevitabilmente la situazione economica peggiora e ulteriori ondate di conflitto violento diventano probabili.

Conclusione: social protetcion come fondamento per la legittimità statale

La ricostruzione della Siria non solo è un problema di infrastrutture fisiche e di attrazione degli investimenti internazionali, è anche un problema di contratto sociale: un patto implicito tra lo Stato e i cittadini dove lo Stato fornisce protezione materiale (occupazione, servizi, diritti) in cambio di lealtà e legittimità politica.

Allo stato attuale, la Siria sta violando sistematicamente questo contratto. Il governo non è ancora in grado di fornire lavoro, non riesce a proteggere i diritti di proprietà, non tassa equamente – di conseguenza non offre servizi pubblici coordinati – e, finora, ha faticato ad includere le minoranze nei vari sistemi di governance. In tale contesto il risultato è prevedibile: niente legittimità, niente lealtà, niente stabilità. Per invertire il corso, servirebbero investimenti massicci in protezione sociale strutturata (come programmi di cash transfer, sussidi all’occupazione, diritti del lavoro riconosciuti legalmente), una riforma fiscale urgente per formalizzare l’economia, un’inclusività politica reale verso le minoranze, e un supporto internazionale significativo (sollevamento delle sanzioni, fondi per la ricostruzione). Con l’eccezione delle sanzioni e di alcune promesse di investimento[5], nessuno di questi elementi è attualmente in luogo, anche perché sono incredibilmente costosi: secondo una stima della World Bank, solamente per ricostruire gli asset fisici del paese servirebbero almeno 216 miliardi di dollari. Se è pur vero che al-Shaara gode del supporto turco, americano e, in linea di massima, europeo, per riuscire a governare efficacemente necessita anche e soprattutto del sostegno interno.

Il rischio è che la Siria riesca, prima o poi, a ricostruire le sue strade e i suoi edifici, ma rimanendo uno Stato senza una vera legittimità, dove nemmeno i rimpatriati hanno fiducia in un futuro fatto di pace e stabilità. E in uno Stato così, perfino le infrastrutture diventano inutili.


[1] La promessa di un ritorno sicuro è stata espressa pubblicamente più volte dal presidente ad-interim al-Shaara sin dal momento in cui ha assunto l’incarico. Tale elemento è stato inserito anche nel testo dell’accordo tra governo centrale ed SDF di marzo 2025; link: https://www.harmoon.org/en/researches/ahmed-al-sharaa-2/

[2] Syria in Figures (October 2025).

[3] Cioè quelle che vanno a “colpire” i redditi e i patrimoni delle famiglie.

[4] Anche noto come fenetillina, un farmaco stimolante brevettato negli anni ’60, poi prodotto e consumato illegalmente, specie nel Levante. Nel 2023 ha generato un mercato illecito di 57 miliardi di dollari.

[5] Le sanzioni economiche generali sono state gradualmente eliminate da USA, UK e UE, pur mantenendo controlli su specifici settori come la violazione dei diritti umani, il commercio di captagon e la sicurezza domestica.

Bibliografia

Ti potrebbero interessare