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Il Regno dei Ghiacci

Chi lo conquista, detta le regole del mondo.

Ci sono luoghi nel mondo che non fanno rumore, ma decidono. Luoghi dove non servono carri armati né conferenze stampa, dove basta esserci, dove basta arrivarci prima degli altri. E quando tutti se ne accorgono, è troppo tardi. Uno di questi luoghi è l’Artico. In questi ultimi mesi, mentre l’attenzione del mondo è rivolta a Gaza, a Kiev, a Taiwan o ai cieli del Mar Rosso, un altro fronte si sta costruendo lontano dagli schermi. È fatto di ghiaccio, di silenzio, di navi lente e pesanti, di basi militari mimetizzate nella neve, di contratti firmati in siberiano e in mandarino, e di rotte marittime che, giorno dopo giorno, si stanno aprendo. Non perché qualcuno le abbia conquistate, ma perché la natura cede e la strategia avanza. Eppure, paradossalmente, dell’Artico si parla poco. Se ne parla solo quando succede qualcosa alle Isole Svalbard (l’isola da cartolina, la trappola comunicativa perfetta). Il resto — la vera geopolitica artica — resta fuori dai radar. E proprio lì, fuori da questa zona di interesse, la Russia sta vincendo.

Dal Baltico all’Artico: quando perdi un mare, prepari un impero


Nel linguaggio geopolitico classico, chi controlla i mari controlla i commerci e, di conseguenza, impone il proprio ordine. Per secoli, il Mar Baltico è stato uno degli spazi nevralgici di questo controllo: passaggio commerciale, teatro navale, valvola strategica per Scandinavia, Germania, Russia. Oggi, tuttavia, quel mare non appartiene più a Mosca. Con l’adesione alla NATO della Finlandia e della Svezia, il Baltico è diventato un mare interno dell’Alleanza Atlantica e in cui ogni sbocco d’uscita è sotto sorveglianza, rendendo, di fatto, Kaliningrad isolata e la flotta russa tecnicamente accerchiata. Questo fatto, per quanto silenzioso, ha un peso enorme e significa, sostanzialmente, la perdita di controllo del Baltico da parte della Russia. E allora, come ogni potenza storica che perde un dominio strategico, Mosca ha iniziato a costruire la sua vendetta geografica altrove: non nel Mar Nero, troppo turbolento; non nel Mediterraneo, troppo affollato; ma nell’unico spazio che oggi si contraddistingue per alcune peculiarità fondamentali. Lo spazio artico, infatti, agli occhi russi rappresenta un’importante area d’opportunità per la sua vastità e ricchezza, due caratteristiche che potrebbero portare l’Artico a diventare, nei prossimi decenni, la nuova arteria logistica del mondo. E Mosca, lentamente ma costantemente, lo sta trasformando nel proprio “mare interno alternativo”.

Le rotte che cambiano il mondo: l’Artico come alternativa a Suez


C’è un aspetto che molti sottovalutano quando parlano di Artico: non si tratta solo di una questione climatica o ambientale, bensì di un aspetto logistico, economico, e quindi, prettamente geopolitico. Man mano che il ghiaccio si ritira, si stanno aprendo — mese dopo mese — nuove rotte marittime che collegano l’Asia all’Europa, senza passare per Suez, senza passare per Gibilterra, senza attraversare aree instabili. La più nota è la Northern Sea Route (NSR), che corre lungo le coste settentrionali della Russia, dal porto di Murmansk allo stretto di Bering. Questa rotta ha tre vantaggi sostanziali: accorcia i tempi di transito tra Asia e Europa fino al 40%; evita strettoie geopolitiche come il Canale di Suez o il Golfo Persico e passa in aree dove la Russia ha potere di veto assoluto. Esistono, inoltre, altre due rotte, meno sviluppate ma strategicamente altrettanto cruciali: il Passaggio a Nord-Ovest, che attraversa l’arcipelago canadese (controllato da Ottawa, ma contestato dagli USA) e la Transpolar Sea Route, che taglierà in futuro direttamente sopra il Polo Nord (una direttrice potenzialmente imperiale). Ma la vera chiave è questa: la Russia non sta solo osservando queste rotte, le sta presidiando e le sta trasformando, un giorno dopo l’altro, in strade di casa. Strade su cui chiederà pedaggio, detterà condizioni, bloccherà o permetterà il passaggio in base ai propri interessi.Così, mentre le marine occidentali si esercitano nel Mar Cinese Meridionale e mentre il dibattito europeo si incaglia tra porti liguri e valichi alpini, la Russia sta costruendo la sua autostrada invisibile nel Nord. Un’autostrada fatta di acciaio, di silenzio, e soprattutto di tempo. Perché l’Artico non si prende con la guerra, ma con la pazienza.Chi comanda il ghiaccio: flotte rompighiaccio, basi militari e vantaggio asimmetrico russo.

L’Artico è un luogo dove non puoi navigare senza mezzi specializzati. È inutile avere portaerei, sottomarini d’attacco o cacciatorpediniere se non riesci nemmeno a transitare. Ecco perché il vero potere operativo nell’Artico non è la forza militare tradizionale, bensì la capacità di muoversi tra i ghiacci. E qui arriva il punto chiave: la Russia possiede la più grande, potente e avanzata flotta rompighiaccio del mondo. Una flotta composta da circa 40 rompighiaccio operativi, di cui 11 di grande potenza, 6 a propulsione nucleare (classe Arktika, classe Taymyr) e altri in costruzione, tra cui la futura classe “Leader”, che sarà la più potente al mondo. A ciò si aggiunge, da un lato, la capacità di mantenere le rotte attive tutto l’anno, anche in inverno e, dall’altro, la presenza di basi sul territorio artico. Mosca, infatti, ha costruito o riattivato più di 50 avamposti artici, molti dei quali dual-use (civili/militari). Le più importanti sono Murmansk (per il comando strategico della Flotta del Nord), Franz Josef (Land Radar, difesa aerea, rifornimento), Wrangel Island (Sorveglianza, potenziale lancio missilistico), Tiksi, Pevek, Chersky (Logistica e appoggio lungo la NSR), Severomorsk e Olenya (basi operative per sottomarini nucleari).E il resto del mondo come si pone in relazione a questa nuova sfida geopolitica? Gli USA hanno una sola nave rompighiaccio operativa, la Polar Star, costruita nel 1976. Il Canada possiede, invece, navi obsolete e ha problemi infrastrutturali gravi nelle regioni artiche. La Norvegia ha capacità di pattugliamento, ma non può competere sulla scala russa. La Cina ha già varato due rompighiaccio e ha in progetto un proprio mezzo nucleare, ma resta dipendente dalla cooperazione esterna. In sintesi: la Russia è l’unica potenza al mondo con piena libertà di movimento operativo nell’Artico.

L’altro lato del mondo: il vero fronte non sono le Svalbard. È la Kamchatka.


Quando si parla di Artico nei media e nei convegni occidentali tutto sembra ruotare attorno alle Svalbard. Le vediamo in foto, se ne parla nei panel, le dispute tra Norvegia e Russia sembrano il cuore del problema, ma non lo sono. Le Svalbard sono un’esca narrativa, sono il punto dove l’Occidente si illude di avere una presenza, dove si discute di accordi e si invocano i trattati. Ma la vera geografia del potere, quella che conta, si trova dall’altra parte del mondo. È nel versante orientale dell’Artico russo che si sta costruendo il fronte nascosto della proiezione imperiale. Là dove il ghiaccio si fonde con il Pacifico – Kamchatka, Chukotka, Wrangel – si trovano i nuovi pilastri del potere artico russo e dove la Mosca ha già posizionato la sua seconda linea di controllo: a Provideniya, punto d’ingresso artico dal Pacifico); a Petropavlovsk-Kamchatsky, sede della Flotta del Pacifico (sottomarini strategici); alle Wrangel Island (stazione radar e sorveglianza avanzata); a Pevek, Tiksi e Chersky, i nodi logistici civili-militari lungo la rotta artica orientale.

Intanto, mentre la Russia consolida il suo secondo fronte, l’Occidente guarda altrove e si affanna tra scaramucce nel Baltico, esercitazioni nel Mediterraneo e crisi mediorientali e indopacifiche. La NATO parla dell’Artico, ma non ci arriva, gli Stati Uniti sanno, ma non sono pronti e l’Europa — come spesso accade — guarda, ma non vede. Il potere si costruisce dove nessuno lo misura e proprio là dove il satellite non riprende nulla, dove non ci sono guerre in corso né città da bombardare, la Russia sta costruendo il suo impero del ghiaccio. Un impero senza dichiarazioni, fatto di silenzio, tempo e metallo.


L’Artico come impero: chi lo domina, comanda il mondo
Lo hanno detto in molti, in privato. Viene sussurrato nei convegni, scritto e letto tra le righe dei libri e dei report strategici: chi comanderà l’Artico, comanderà il mondo. Non si tratta di mera retorica, bensì di una diagnosi imperiale. Ciò perché l’Artico non rappresenta uno scenario di guerra, ma un teatro di ordine. Lì non si conquista un territorio, ma si conquista una posizione nel tempo, la capacità di decidere chi può commerciare, chi può transitare, chi può sopravvivere quando le altre rotte diventeranno troppo pericolose, troppo lente, troppo politicizzate.Ma perché proprio l’Artico sta riscoprendo una tale rilevanza? Le spiegazioni sono molteplici. Su questa tratta si stanno aprendo le nuove rotte commerciali del XXI secolo e in quelle zone si trovano risorse energetiche e minerarie non ancora sfruttate. Rappresenta, inoltre, a livello geografico un punto cardine per il controllo strategico sul globo: tra Pacifico, Atlantico, Eurasia e Polo. L’Artico, per di più, a differenza degli altri mari, non ha una sovranità condivisa, non ha uno “status quo” definito.


La posta in gioco, perciò, è enorme e la partita è già iniziata: la Russia lo ha capito, l’Occidente non ancora. Mosca ha spostato il proprio centro strategico verso Nord, non perché sia visionaria, ma perché ha una visione politica pragmatica e ha compreso come l’Artico sia l’ultima zona del mondo dove non vige ancora il totale dominio americano, sia l’unico spazio dove può esercitare potere senza essere sfidata e la propria possibile via di fuga dal contenimento occidentale. Mosca ha compreso, prima dei propri avversari, che nel mondo del futuro chi controllerà l’Artico controllerà le chiavi dell’energia e, a seguire, i cicli della logistica e, di conseguenza, i tempi e le velocità.

L’Italia: l’assente che non può permettersi di restare fuori.


Nel grande silenzio artico, ogni passo fa rumore, ogni nave lascia una scia che conta. Ogni base, radar e rompighiaccio rappresenta una dichiarazione geopolitica. La Russia, come già ribadito, è la prima ad averlo compreso. Al suo fianco, la Cina, paziente, sta comprando il suo spazio. Dall’altro lato dello scacchiere la Norvegia presidia i mari, mentre gli Stati Uniti osservano. E l’Italia, invece, come si pone? L’Italia, al momento, non c’è, non perché manchi di capacità, ma perché manca di uno sguardo lungimirante e programmatico. Roma, infatti, possiede una rete logistica tra le più avanzate d’Europa, aziende leader come SMET, Grimaldi, Fercam, porti strategici (Trieste, Genova, Ravenna) e competenze intermodali riconosciute a livello globale. Allo stesso tempo, tuttavia, possiede un limite profondo: pensa ancora secondo le rotte del Novecento. Ragiona, infatti, in funzione di Suez, Gibilterra e dei Balcani, ma non guarda a Nord e anche se lo facesse vedrebbe solo ghiaccio e cartine meteorologiche, non potere e tempo. Il rischio che corre non entrando in questa partita, però, non è solo quello di perdere potere all’interno di rotte commerciali, bensì di perdere rilevanza geopolitica. Se l’Italia, infatti, entrerà in campo troppo tardi – quando le rotte diventeranno operative – sarà costretta a subire passaggi imposti, a dipendere da corridoi decisi da altri e a rientrare nella mappa solo come retrovia. Una nazione portuale come l’Italia, che vive di export e commercio non si può permettere di non esserci nel luogo dove si stanno scrivendo le nuove linee di flusso globali.

Ma di cosa necessiterebbe il nostro paese per cercare di risolvere questa situazione? Innanzitutto, uno studio strategico nazionale sul posizionamento artico e la partecipazione a consorzi internazionali. In secondo luogo, la presenza all’interno dei porti di scambio logistico artico (Murmansk, Kirkenes, Narvik, Pevek), una mobilitazione del sistema universitario e industriale sul tema delle nuove rotte, ma, soprattutto, la volontà di essere protagonisti del cambiamento e del futuro a breve-medio termine, perché l’Italia potrà essere un’ attrice rilevante della scena politica internazionale solo se smetterà di essere una semplice spettatrice.

Bibliografia e fonti
Libri:

  • Charles Emmerson, The Future History of the Arctic, Vintage, 2010
  • James Kraska (ed.), Arctic Security in an Age of Climate Change, Cambridge University Press, 2011
  • Heather A. Conley, The New Ice Curtain: Russia’s Strategic Reach to the Arctic, CSIS, 2015
  • Scott G. Borgerson, The Coming Arctic Boom: As the Ice Melts, the Region Heats Up, Foreign Affairs, 2008
  • Richard Sale & Eugene Potapov, The Scramble for the Arctic: Ownership, Exploitation and Conflict in the Far North, Frances Lincoln, 2011
  • Malte Humpert, The Future of Arctic Shipping: A New Silk Road on Ice, Arctic Institute, 2012

Report e studi strategici:

  • U.S. Geological Survey (USGS), Circum-Arctic Resource Appraisal, 2008
  • Arctic Council, Arctic Marine Shipping Assessment (AMSA), 2009
  • Russia’s Arctic Strategy 2035, Governo della Federazione Russa, 2020
  • U.S. Department of Defense, Arctic Strategy, 2022
  • European External Action Service, EU Arctic Policy, 2021

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