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Petrolio e potere

Lo shock energetico della crisi iraniana nell’economia globale

Non si tratta di una dinamica sconosciuta alla storiografia economica né di una sorpresa per gli osservatori dei mercati energetici contemporanei. L’esperienza storica mostra con una certa regolarità che i conflitti armati che coinvolgono grandi esportatori di energia – in particolare di combustibili fossili come petrolio e gas naturale – tendono a produrre effetti economici che travalicano rapidamente il teatro regionale della crisi. Nel linguaggio dell’economia internazionale, tali eventi sono spesso interpretati come shock esterni, cioè perturbazioni improvvise che colpiscono il sistema economico globale dall’esterno del suo normale funzionamento e che si trasmettono attraverso i mercati delle materie prime e i flussi commerciali. In macroeconomia, più precisamente, uno shock dell’offerta è una perturbazione inattesa che modifica la capacità produttiva o il costo dei fattori di produzione. In termini analitici, esso provoca uno spostamento della curva di offerta aggregata: quando lo shock è negativo, i costi di produzione aumentano e la quantità di beni e servizi che le imprese sono disposte a produrre diminuisce. Il risultato è una combinazione di pressioni inflazionistiche e rallentamento della crescita economica, una dinamica particolarmente complessa da gestire per le autorità economiche. Nel caso delle materie prime energetiche – e soprattutto del petrolio – gli shock dell’offerta assumono potenzialmente una rilevanza sistemica per l’economia globale. Il greggio rappresenta infatti un input fondamentale per il funzionamento del sistema economico contemporaneo: alimenta i trasporti, una parte significativa della produzione elettrica e numerose filiere industriali. Quando il prezzo dell’energia aumenta bruscamente a causa di un’interruzione delle forniture o di un conflitto che coinvolge grandi paesi produttori, l’incremento dei costi energetici si trasmette rapidamente all’intero sistema produttivo. Questo meccanismo genera quella che gli economisti definiscono inflazione spinta dai costi: le imprese trasferiscono l’aumento dei prezzi dell’energia sui beni finali, mentre i consumatori subiscono una riduzione del potere d’acquisto. Un esempio recente di questa dinamica si è verificato con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Nei primi mesi del conflitto il prezzo del petrolio Brent ha superato i 120 dollari al barile, raggiungendo i livelli più alti dal 2008, mentre il mercato europeo del gas naturale ha registrato una volatilità senza precedenti: il benchmark TTF ha superato i 300 euro per megawattora nell’agosto 2022, nel pieno della crisi energetica europea (International Energy Agency, World Energy Outlook 2022; World Bank, Commodity Markets Outlook 2022; International Monetary Fund, World Economic Outlook 2022). L’episodio ha dimostrato quanto le tensioni geopolitiche che coinvolgono grandi esportatori di energia possano tradursi rapidamente in turbolenze macroeconomiche su scala globale.

Gli shock energetici di origine geopolitica si manifestano spesso attraverso l’interruzione – o anche solo la minaccia di interruzione – delle catene di approvvigionamento. Quando un paese chiave per l’offerta mondiale di idrocarburi entra in una fase di instabilità politica o militare, i mercati reagiscono immediatamente incorporando nei prezzi quello che viene definito premio per il rischio geopolitico. Non è necessario che le esportazioni vengano effettivamente sospese: è sufficiente la percezione che infrastrutture energetiche, rotte marittime o impianti di estrazione possano essere colpiti o resi inoperativi perché i prezzi inizino a salire. In questo contesto, i conflitti che interessano grandi esportatori di energia non rimangono confinati alla dimensione militare o regionale, ma assumono rapidamente una dimensione geoeconomica. Essi influenzano le politiche energetiche degli stati importatori, ridefiniscono le strategie di sicurezza energetica e possono incidere sulla stabilità macroeconomica globale. Proprio per questo motivo, le crisi energetiche generate da tensioni geopolitiche vengono studiate da alcuni come shock sistemici, capaci di propagarsi ben oltre il punto di origine e di condizionare l’equilibrio dell’economia internazionale. In questa prospettiva, anche l’eventuale destabilizzazione dello Stretto di Hormuz – uno dei principali chokepoint energetici mondiali attraverso cui transita una quota significativa del commercio globale di petrolio – rappresenterebbe un potenziale shock dell’offerta. Anche senza una chiusura effettiva delle rotte marittime, la sola percezione di rischio geopolitico in un’area così strategica sarebbe sufficiente a riflettersi immediatamente sui mercati energetici internazionali, amplificando l’instabilità dei prezzi e le conseguenze macroeconomiche su scala globale.

Il prezzo del greggio come indicatore strategico

Diversi scenari elaborati da analisti energetici indicano che un conflitto regionale in Medio Oriente capace di interrompere, anche solo parzialmente, le esportazioni petrolifere del Golfo Persico potrebbe generare un forte shock sui mercati energetici internazionali. In ipotesi di escalation militare e di riduzione significativa dell’offerta globale, alcune analisi di rischio stimano che il prezzo del greggio potrebbe avvicinarsi ai 150 dollari al barile, mentre scenari di stress più estremi – legati a un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz o alla rimozione di diversi milioni di barili al giorno dal mercato – ipotizzano valori prossimi ai 200 dollari al barile. Tali proiezioni non rappresentano uno scenario di base, ma piuttosto un caso limite utilizzato dagli analisti per valutare la vulnerabilità del sistema energetico globale in presenza di interruzioni significative delle forniture. Accanto a queste ipotesi più pessimistiche, numerose istituzioni finanziarie e centri di ricerca mantengono valutazioni più prudenti. Alcune previsioni di mercato collocano infatti il prezzo del Brent in uno scenario centrale compreso tra 70 e 90 dollari al barile, ipotizzando che eventuali tensioni regionali non si traducano in una vera e propria interruzione dei flussi energetici. Questa divergenza tra scenari riflette la natura profondamente geopolitica del mercato petrolifero: il prezzo del greggio non dipende soltanto dai fondamentali economici, ma incorpora anche le aspettative degli operatori riguardo alla stabilità delle rotte commerciali e alla sicurezza delle infrastrutture energetiche. 

La sensibilità dei mercati energetici alle tensioni mediorientali è legata alla centralità strategica dello Stretto di Hormuz nel commercio globale di idrocarburi. Attraverso questo passaggio marittimo transita infatti circa il 20% del petrolio mondiale, pari a 18–19 milioni di barili al giorno, provenienti principalmente da paesi esportatori del Golfo Persico. In un mercato che consuma complessivamente oltre 100 milioni di barili al giorno, anche una perturbazione limitata dei flussi che attraversano questo chokepoint può produrre effetti immediati sui prezzi internazionali. Per questo motivo, la sola percezione di rischio geopolitico nell’area è spesso sufficiente a generare un aumento del cosiddetto premio per il rischio incorporato nelle quotazioni del petrolio.

Effetti macroeconomici globali

Un aumento significativo del prezzo del petrolio si trasmette rapidamente all’economia globale attraverso molteplici canali. In primo luogo, il petrolio rappresenta un input fondamentale per il funzionamento del sistema produttivo contemporaneo: esso incide direttamente sui costi di trasporto, sulla logistica delle catene globali del valore e su numerosi processi industriali ad alta intensità energetica. Di conseguenza, un aumento persistente delle quotazioni del greggio tende a tradursi in un incremento generalizzato dei costi di produzione, alimentando pressioni inflazionistiche nelle principali economie industrializzate. La letteratura economica ha ampiamente documentato questo meccanismo di trasmissione. Studi classici di James D. Hamilton – uno dei principali studiosi del rapporto tra energia e cicli economici – mostrano come gran parte delle recessioni statunitensi del secondo dopoguerra sia stata preceduta da forti aumenti del prezzo del petrolio. In particolare, Hamilton evidenzia che gli shock petroliferi esercitano un effetto negativo sulla crescita economica attraverso l’aumento dei costi produttivi, la riduzione del reddito disponibile dei consumatori e la contrazione della domanda aggregata. Un secondo canale di trasmissione riguarda la politica monetaria. In presenza di un aumento dei prezzi dell’energia, le autorità monetarie si trovano di fronte a un dilemma particolarmente complesso: contrastare l’inflazione o sostenere la crescita economica. Banche centrali come la Federal Reserve e la European Central Bank tendono infatti a reagire all’aumento dell’inflazione mantenendo tassi di interesse relativamente elevati o prolungando politiche monetarie restrittive. Analisi condotte dal International Monetary Fund e dalla World Bank indicano che gli shock petroliferi tendono ad avere effetti macroeconomici persistenti, influenzando inflazione, investimenti e crescita economica per diversi anni.

In prospettiva storica, questa dinamica ricorda da vicino le condizioni di stagflazione sperimentate dalle economie occidentali negli anni Settanta. In seguito alla crisi energetica del 1973 e al successivo shock petrolifero del 1979, molte economie industrializzate registrarono simultaneamente inflazione elevata, crescita stagnante e disoccupazione in aumento, una combinazione che mise in crisi i tradizionali strumenti di politica economica. Sebbene il sistema energetico globale odierno sia più diversificato rispetto a quello dell’epoca, numerosi studi accademici suggeriscono che shock energetici di grande entità continuano a rappresentare un rischio significativo per la stabilità macroeconomica globale. 

Il prezzo dell’energia come arma geoeconomica

In un sistema internazionale ancora fortemente dipendente dagli idrocarburi, il prezzo del petrolio può trasformarsi in un efficace strumento di pressione indiretta nelle relazioni internazionali. Attraverso la minaccia di interruzioni dell’offerta, di attacchi alle infrastrutture energetiche o di destabilizzazione delle principali rotte marittime, gli attori coinvolti in una crisi regionale possono influenzare non solo l’equilibrio militare locale, ma anche i mercati energetici globali. Il petrolio diventa così una leva geoeconomica. In questo senso, la dimensione energetica dei conflitti contemporanei si colloca all’intersezione tra geopolitica e macroeconomia, trasformando il controllo delle risorse e delle rotte energetiche in uno degli elementi centrali della competizione strategica globale. All’interno di questa dinamica, l’Iran occupa una posizione particolarmente rilevante. Nonostante il peso delle sanzioni internazionali, il paese rimane uno dei principali detentori di riserve mondiali di petrolio e gas naturale e rappresenta un attore cruciale nel sistema energetico del Golfo Persico. Negli ultimi anni, Teheran ha rafforzato la propria rete di partnership energetiche e strategiche con alcune delle principali economie emergenti asiatiche, in particolare la Cina, la Russia e l’India. La cooperazione energetica tra Iran e Cina si inserisce nel quadro più ampio della strategia di sicurezza energetica di Pechino, che mira a diversificare le fonti di approvvigionamento e a ridurre la vulnerabilità delle importazioni energetiche cinesi. L’accordo di cooperazione strategica venticinquennale firmato tra i due paesi nel 2021 prevede investimenti cinesi nelle infrastrutture energetiche e nei trasporti iraniani, consolidando una relazione che combina dimensione energetica, commerciale e geopolitica. Per la Cina, che importa la maggior parte del petrolio che consuma, mantenere rapporti privilegiati con i principali produttori del Golfo rappresenta una priorità strategica di lungo periodo. Parallelamente, anche l’India ha mantenuto negli ultimi decenni una relazione energetica significativa con l’Iran, nonostante le limitazioni imposte dal regime sanzionatorio internazionale. Per Nuova Delhi, l’accesso alle risorse energetiche mediorientali costituisce un elemento essenziale della propria sicurezza energetica, dato che il paese importa oltre l’80% del petrolio che consuma. In questo quadro si inseriscono progetti infrastrutturali di rilevanza strategica come il porto di Chabahar, sviluppato con il sostegno indiano e concepito come nodo logistico alternativo per l’accesso ai mercati dell’Asia centrale. La dimensione energetica della cooperazione tra Iran, Cina e India si intreccia inoltre con la crescente convergenza strategica tra Teheran e Mosca. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia ha accelerato il proprio processo di riallineamento economico verso l’Asia, rafforzando i legami energetici con paesi come Cina e India e sviluppando forme di cooperazione con altri produttori soggetti a sanzioni occidentali, tra cui lo stesso Iran. In questo contesto, il petrolio e il gas diventano non solo strumenti economici, ma anche strumenti diplomatici e strategici, utilizzati per consolidare nuove reti di cooperazione tra potenze revisioniste o emergenti e per ridurre l’influenza delle istituzioni economiche dominanti nel sistema internazionale. Per quanto riguarda noi e nella fattispecie l’Unione Europea, tendiamo a trovarci in una posizione ambivalente, oscillando tra ruolo passivo e capacità di adattamento strategico. Da un lato, l’Europa rimane strutturalmente esposta alla volatilità dei mercati energetici globali, poiché dipende in larga misura dalle importazioni di idrocarburi e risente immediatamente degli shock di prezzo generati da tensioni geopolitiche nelle principali aree di produzione. Dall’altro lato, la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha spinto i paesi europei ad assumere un ruolo più attivo nella ridefinizione delle proprie strategie energetiche, accelerando i processi di diversificazione delle forniture, sviluppo del GNL e transizione verso fonti rinnovabili. In questo senso, l’Europa rimane vulnerabile agli shock energetici globali ma, al tempo stesso, cerca di trasformare tale vulnerabilità in un motore di ristrutturazione del proprio modello energetico e geopolitico.

In prospettiva geoeconomica, queste dinamiche suggeriscono che il mercato globale del petrolio non può essere interpretato esclusivamente attraverso i tradizionali meccanismi di domanda e offerta. Esso rappresenta piuttosto uno spazio di competizione strategica in cui le potenze energetiche e i grandi importatori cercano di massimizzare la propria sicurezza economica e la propria autonomia politica. In questo quadro, la stabilità delle rotte energetiche – e in particolare dei grandi chokepoint marittimi come lo Stretto di Hormuz – assume un valore strategico centrale. Attraverso questo passaggio marittimo transita infatti una quota significativa del commercio globale di petrolio, rendendo qualsiasi crisi regionale potenzialmente capace di generare shock economici su scala globale. Di conseguenza, la gestione delle rotte energetiche e delle alleanze legate alle risorse fossili rimane uno dei principali fattori che modellano l’equilibrio geopolitico ed economico del sistema internazionale contemporaneo.

Bibliografia

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