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Uomini e idee nella storia dell’America Latina

Introduzione al caso cileno

“Le idee non si uccidono”

Il 18 novembre 1840 un uomo sulla trentina vestito di redingote, cappello a cilindro e l’immancabile poncho attraversava in groppa a un mulo l’impervia Valle de Zonda, diretto verso il confine col Cile. Si portava dietro un bagaglio che conteneva tutto ciò che era riuscito a prendere via con sé dopo aver rischiato di venire linciato il giorno prima da una squadraccia di mazorqueros, efferati gauchos armati che agivano per conto di Juan Manuel de Rosas, governatore di Buenos Aires e caudillo dominante nell’Argentina dell’epoca. L’uomo, dietro l’ombra della tuba in testa che gli celava gli occhi, covava uno sguardo smarrito ma allo stesso tempo determinato. Si sentiva oltremodo umiliato e ingiustamente perseguitato, pur rimanendo fermamente convinto del valore delle idee che, apprese con entusiasmo e passione dai libri che era riuscito a procurarsi dall’Europa sin dalla sua giovinezza, aveva sistematicamente e coraggiosamente propagato nel suo paese. Proprio queste idee, giudicate pericolose e sovversive del governatore di Buenos Aires, avevano reso l’uomo un bersaglio delle angherie di quella marmaglia barbara, braccio armato del regime che dalla grande città portuale del Río de la Plata si estendeva come una ragnatela fino alle più remote province della Confederazione Argentina. Poco prima di raggiungere l’invisibile frontiera che separava le due nazioni americane l’uomo si fermò per riposarsi. Aveva bisogno di pensare. Trovò davanti a sé un’imponente massa rocciosa, e tastandola intuì il deformabile strato esterno della materia di cui la mole pietrosa era composta. Capì che quello era il posto giusto. Prese la prima pietra che trovò per terra e si mise a incidere con impegno nella roccia. Con poca fatica e immenso ardore, l’uomo riuscì a lasciare il suo univoco segno sul blocco roccioso. Terminata l’opera, guardò con soddisfazione e un velato senso di rivalsa l’iscrizione incisa, risalì in groppa al mulo e riprese il viaggio. In qualche modo la notizia dell’atto vandalico si sparse tra gli abitanti della provincia argentina di San Juan per poi raggiungere le spie di Buenos Aires, che a loro volta si sbrigarono a inviare un rapporto sul caso a governatore della città. Quest’ultimo, allarmatosi per il possibile significato eversivo dell’iscrizione, fece prontamente istituire un’apposita commissione di gentiluomini istruiti per risolvere l’angosciante enigma. Tuttavia, siccome il testo risultava essere stato scritto in un’oscura lingua straniera apparentemente indecifrabile, si rese necessario inviare un ministro plenipotenziario fino in Cile per domandare direttamente all’uomo esiliato di svelare l’arcano. L’uomo rispose senza battere ciglio. La scritta, in francese, era sintetica quanto efficace:

“On ne tue point les idées.” (Le idee non si uccidono)

Alla risposta l’inviato rimase ancor più confuso, domandando, quindi, ulteriori chiarimenti sul significato di quello strano aforisma. Il proscritto, tuttavia, non volle dare ulteriori spiegazioni a un rappresentante del regime che da anni opprimeva la sua patria e gli impediva di esprimere liberamente il suo pensiero. Alcuni anni dopo l’uomo avrebbe fornito ad amici e lettori una ragionevole interpretazione di quell’atto ribelle e il vero significato di quella iscrizione:

“Significaba simplemente que venía a Chile, donde la libertad brillaba aún, y que me proponía hacer proyectar los rayos de las luces de su prensa hasta el otro lado de los Andes. Los que conocen mi conducta en Chile saben si he cumplido aquella protesta.1” (Significava semplicemente che sarei andato in Cile, dove la libertà brillava ancora, e che intendevo far proiettare i raggi delle luci della sua stampa fino all’altro lato delle Ande. Quelli che conoscono la mia condotta in Cile sanno se ho mantenuto quella promessa.)

Per sua fortuna quell’uomo non era solo. Al suo arrivo in Cile venne accolto da don Manuel Montt, ministro dell’interno e relazioni estere del governo di Santiago. Il ministro ricevette con simpatia il proscritto, lo abbracciò con compassione e gli disse: “Le idee, signore, non hanno confini”2. L’esule sorrise di fronte a questa calorosa accoglienza, e capì di aver trovato non solo una seconda casa, ma anche un nuovo amico. Negli anni successivi quell’uomo esiliato dalla tirannia di Buenos Aires, avendo trovato un rifugio sicuro nella ben regolata repubblica cilena, disimpegnò diversi incarichi pubblici che accrebbero la sua fama come educatore, giornalista, intellettuale nonché strenuo difensore delle libertà liberali. Perché quell’uomo altri non era che Domingo Faustino Sarmiento: maestro d’America, futuro presidente del suo paese, nonché uno dei principali forgiatori dell’Argentina contemporanea.

I caudillos: biografia di un continente (?)

Questo aneddoto, leggermente romanzato in questa prefazione, ma ispirato a fatti realmente accaduti3, può servire da introduzione ad un complesso quanto affascinante tema: la non facile relazione tra uomini e idee nella storia contemporanea dell’America Latina. L’idea per questo saggio prende ispirazione dalla lettura di un interessante libro di Ludovico Incisa di Camerana (1927-2013), diplomatico e saggista che ha ricoperto il ruolo di ambasciatore d’Italia in Venezuela e Argentina, rispettivamente dal 1980 al 1985 e dal 1985 al 19914. Il libro, intitolato significativamente I caudillos. Biografia di un continente, si presenta come una carrellata semi-biografica dei maggiori signori guerrieri che da posizioni di potere spesso assoluto hanno deciso le sorti dei loro paesi; partendo dai conquistadores spagnoli e i libertadores dell’epopea delle guerre d’indipendenza per poi passare ai caudillos veri e propri del XIX secolo, fino ai leaders militari, civili o misti che hanno dominato la politica sudamericana fino all’ultimo decennio del Novecento.

Sin dall’introduzione, l’autore si sente sicuro di affermare che il caudillo in senso lato sia “il protagonista della storia americana: nella versione autoritaria o nella versione democratica ricorre sistematicamente come tentazione individuale o come investitura collettiva, nato da un colpo di mano o da un plebiscito, da una sconfitta o da una vittoria, meschino o grandioso, crudele o magnanimo, in divisa o in borghese”5 . Ed è con questa chiave di lettura che l’autore affronta l’ardua e spesso accidentata storia dell’America Latina. Si tratta sicuramente di una interpretazione interessante. Eppure, la pretesa di ricostruire la storia sudamericana attraverso vita, morte e miracoli dei caudillos e i loro eredi indiretti, sebbene alquanto intrigante, rischia di trascurare un buon numero di ulteriori fattori che hanno assunto un ruolo di non poco conto nello svolgimento storico delle repubbliche sudamericane. Basti ricordare le dinamiche economiche (locali e globali), i rispettivi contesti sociali delle nuove nazioni, il processo di formazione e articolazione di inedite istituzioni governative nella regione nonché il retaggio culturale che i gruppi dirigenti o d’opposizione nei decenni successivi al raggiungimento della tanto agognata indipendenza introdussero dall’Europa e dagli Stati Uniti e con cui, a seconda dei casi e con esiti alterni, cercarono di trasformare le antiche province imperiali in stabili e prosperi stati nazionali. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che si vuole qui affrontare.

Monarchia o Repubblica?

Conclusasi a completo favore delle forze indipendentiste l’impari lotta contro gli eserciti realisti e sancita così l’effettiva nascita di una nuova comunità di stati autonomi sulle rovine dell’impero spagnolo (con la schiacciante vittoria di Bolívar ad Ayacucho nel 1824 come data risolutiva per segnare la fine della lunga guerra tra le colonie e la metropoli), nuove dicotomie altrettanto stridenti e potenzialmente logoranti avrebbero segnato la vita politica delle nuove nazioni americane. Anzitutto non poté dirsi ovunque scontata la repubblica come forma di governo. È ben nota la scelta monarchica che si diede il Brasile sotto la guida di Pedro I di Braganza, primo imperatore del nuovo stato dal 1822 al 1831; più irrisoria la doppia fase imperiale di Haiti (prima con Jean-Jacques Dessalines nel 1804-1806 e poi con Faustin Soulouque dal 1849 al 1859). Può, invece, definirsi pittoresca e quasi patetica l’esperienza effimera del primo impero messicano (da non confondere con la monarchia imposta con Massimiliano d’Asburgo come imperatore fantoccio durante l’intervento francese in Messico del 1861-1867), istituito dal leader indipendentista Agustín de Iturbide con l’avvallo di un congresso costituente vagamente favorevole alla monarchia e del quale Iturbide stesso volle essere sovrano, sempre nel 1822. Meno di un anno dopo la reazione repubblicana, pronunciatasi concretamente col Plan de Casa Mata capitanato da Antonio López de Santa Anna (futuro caudillo dominante in Messico nei trent’anni successivi), costrinse Agostino I a esiliarsi in Italia. Ammiratore di Napoleone, Iturbide non mancò di provare a ripeterne le gesta, ispirandosi anche all’epilogo dei Cento giorni. Sbarcato a sorpresa in Messico nel 1824, venne prontamente fucilato dalle forze governative (dopo la cacciata era stato dichiarato nemico pubblico dal congresso), concludendo così in modo tragico la sua carriera di controverso ma incontestabile padre della patria messicana6. D’altronde, la stessa indipendenza messicana, dopo un convulso decennio di lotte capitanate dai preti rinnegati Miguel Hidalgo prima e José Maria Morelos poi, contraddistinte da orientamenti e obiettivi spesso radicali, culminò soltanto con l’avvento del Trienio Liberal in Spagna (1820-1823), che provocò l’unione di creoli, clero ed esercito per la creazione di una monarchia messicana indipendente, cattolica ed eventualmente soggetta a Ferdinando VII o comunque un membro della dinastia borbonica; patto tra le élites coloniali formulato nel Plan de Iguala, di cui le forze armate indipendentiste avrebbero favorito con la forza l’attuazione. Quest’ultima opzione, presto accantonata dallo stesso sovrano spagnolo, portò alla sopracitata breve esperienza imperiale di Iturbide. Ma rimaneva in piedi, a spese del nuovo stato, il cosidetto Ejército Trigarante (cioè garante delle sopradette tre garanzie volute dalle élites coloniali per l’indipendenza), tramutatosi in forza armata nazionale e il cui mantenimento nei decenni successivi avrebbe rappresentato una voce gravosa per le finanze messicane. Inoltre i capi militari subentrati ai funzionari spagnoli pretesero fin da subito il diritto di governare il paese che essi avevano contribuito a “liberare”7.

Meno noti sono i casi del Perù e dell’Argentina. Nel caso del primo, emancipato dal Libertador argentino José de San Martín nel 1821, l’opzione monarchica sembrava la migliore per porre un freno alle future forze centrifughe interne. Per il secondo, lo stesso San Martín (convinto sostenitore di una monarchia costituzionale) e non pochi esponenti di spicco della Revolución de Mayo erano favorevoli a offrire la corona a qualche rampollo delle maggiori casate d’Europa. Furono effettivamente intrapresi dei tentativi presso alcuni mediocri principi cadetti dei Borboni e di altre famiglie reali europee, giungendo a proporre addirittura un discendente degli Incas come sovrano. Ma in entrambi i casi, come si sa, prevalse infine l’opzione repubblicana8. Per il caso peruviano fu importante la ferma opposizione di Simón Bolívar a qualunque propensione monarchica, al quale San Martin dovette cedere il passo nel proseguimento delle operazioni finali della guerra d’indipendenza. D’altronde, è noto il contrasto iniziale sorto in seno alle stesse giunte urbane sorte dopo l’invasione napoleonica della Spagna, divise internamente ed esternamente tra una sincera volontà di governare provvisoriamente a nome del sovrano deposto e una ingenua ma crescente aspirazione alla completa indipendenza dalla madrepatria. Con questi cenni riguardanti il dibattito politico durante la fase delle guerre d’indipendenza si vuole solo lasciare intendere che il percorso verso la completa autonomia delle colonie ispanoamericane dall’antica metropoli e le sue conseguenze effettive non furono affatto scontate, né ai suoi inizi e forse nemmeno verso la fine della contesa. Per cui si può immaginare che, raggiunto l’obiettivo primario di costituire una nuova comunità di stati sovrani e sopraggiunta, quindi, la spinosa questione su come gestire a più livelli (politico, economico, sociale principalmente) le nuove nazioni, le vecchie élites coloniali convertitesi in classi dirigenti, formularono diverse scuole di pensiero che avrebbero scandito (in modi e tempi diversi da un paese all’altro) l’irrequieta evoluzione storica dell’America Latina nel corso del XIX secolo.

Liberali e conservatori

A livello generale, lo scontro politico (spesso sfociato in lotte civili) nell’America Latina per gran parte dell’Ottocento si tradusse con la concreta contrapposizione quasi manicheista tra due grandi partiti ideologici: liberali e conservatori. Nella tangibile quanto labile divisione ideologica tra questi due grandi schieramenti, l’influenza politica europea e nordamericana fu fondamentale nella progressiva articolazione dei rispettivi programmi. I conservatori guardavano come proprio ideale di riferimento i valori espressi dalla Santa Alleanza tra Austria, Russia e Prussia del 1824. Fatte le dovute similitudini coi nuovi stati sudamericani, i conservatori locali condividevano diversi interessi coi propri colleghi europei. Ovviamente la maggiore differenza consisteva nella forma di governo repubblicana, adottata ovunque in America tranne in Brasile, dove si configurò la notevole eccezione di una monarchia costituzionale ispirata al parlamentarismo inglese. Le nuove istituzioni e le prime costituzioni liberali, che (almeno sulla carta) sancivano valori e pratiche politiche che nell’Europa della Restaurazione apparivano sicuramente radicali, non potevano nascondere l’effettivo e spesso profondo divario tra la teoria e la pratica politica nelle nuove nazioni, specie nella prima metà dell’Ottocento. Eppure, è innegabile il rapporto che legava il conservatorismo americano ed europeo, particolarmente il richiamo al necessario mantenimento dell’ordine e delle istituzioni tradizionali. Infatti i conservatori sudamericani propugnavano, l’irrigidimento delle gerarchie sociali e il protezionismo economico. Quest’ultimo aspetto è significativo, tenendo conto che fino alla prima metà dell’Ottocento l’economia delle ex-colonie, disastrata dopo lunghi anni di guerra, faticava a recuperare terreno di fronte al crescente predominio economico delle potenze europee e la conseguente invasione di prodotti finiti dal vecchio continente, soprattutto inglesi. Inoltre, per quanto riguardava le relazioni tra il centro e le province, i conservatori (fedeli alla loro nostalgia per l’amministrazione coloniale, ricordata quasi come una “età dell’oro”) erano favorevoli a un sistema centralizzato, con governatori scelti direttamente da un esecutivo forte e responsabili solo nei confronti del governo centrale (del quale il congresso doveva fare da appendice); essi ritenevano che la centralizzazione fosse l’unico modo per arginare le crescenti forze centrifughe che laceravano la società sudamericana. Anch quest’ultimo aspetto generò spesso virulente lotte politiche e armate tra conservatori e liberali, favorevoli invece al federalismo con un esecutivo rispettoso delle autonomie locali e una maggiore legittimità delle “assemblee nazionali” come rappresentanti dell’opinione pubblica.

I liberali si consideravano eredi del patrimonio ideologico dell’Illuminismo europeo, nonché degli stessi padri dell’indipendenza, sebbene quest’ultima ascendenza politica fosse ovviamente rivendicata anche dai conservatori. Il liberalismo sudamericano, inoltre, fece proprio il ricettacolo ideologico del romanticismo europeo del primo Ottocento, che scosse il Vecchio Mondo nei moti rivoluzionari che si susseguirono dal 1820 al 1848 e i quali non mancarono di ripercuotersi in modi e tempi diversi anche nel Nuovo Mondo. In netto e logico contrasto coi loro avversari, i liberali propugnavano generalmente il riformismo di carattere anzitutto politico, patrocinando riforme riguardanti i diritti politici, la libertà di espressione e, quindi, di stampa, un graduale ampliamento del suffragio (giungendo a proporre, nei casi estremi, l’estensione del diritto di voto a tutti i maschi adulti, previa la limitante condizione dell’alfabetizzazione) e la separazione tra chiesa e stato con la conseguente laicizzazione delle istituzioni e della società stessa (con l’istituzione del registro civile, del divorzio e di altre misure anticlericali); quest’ultima con l’istituzione e ampliamento di un sistema educativo pubblico e statale. Dal punto di vista economico credevano nel libero scambio e nella necessaria apertura del paese al capitale straniero e ai manufatti esteri, contraccambiando con le risorse del territorio in una vantaggiosa intesa col grande mercato estero, soprattutto europeo (che all’epoca si identificava in gran parte con la Gran Bretagna). Un riformismo eminentemente sociale si poteva riscontrare solo nelle fasce più radicali del liberalismo ispanoamericano ottocentesco, che più avanti in certi casi nazionali sarebbero arrivati a costituire una formazione politica propria e con un programma autonomo dalla formazione originaria. Come per i loro avversari conservatori, anche i liberali rivendicavano la validità del loro programma come l’unico veramente adatto per far progredire materialmente e spiritualmente il proprio paese, dimostrando col tempo di essere disposti, col voto e con le armi, a mettere in pratica i loro ideali fino a farli diventare dottrina nazionale.

In particolare, l’arduo tema della schiavitù divenne fin da subito la questione più spinosa che divisi ideologicamente i due grandi partiti. Se durante le guerre d’indipendenza diversi capi rivoluzionari non esitarono ad abolirla, oltre a ovvie ragioni umanitarie una simile misura era dovuta anche alle necessità di quei duri anni; ci si aspettava che molti degli schiavi liberati si unissero alle truppe rivoluzionarie, come in effetti avvenne. Conquistata l’indipendenza, la schiavitù fu effettivamente abolita in quelle ex-colonie in cui la retrograda istituzione non aveva mai rappresentato una porzione significativa dell’economia locale (come in Cile, Uruguay e nell’America Centrale), mentre rimase vigente più a lungo nei paesi dove la manodopera schiavile rappresentava un elemento importante (come in Perù, Colombia e Brasile). Pur ricordando per dovere lo straordinario benché isolato caso di Haiti (1804), buona parte delle nuove nazioni mantennero la schiavitù almeno fino alla metà del XIX secolo. I conservatori, come detto, erano tendenzialmente favorevoli a mantenerla nell’ottica della preservazione interna dell’ordine sociale coloniale, contraddetta dalla facciata repubblicana di cui si erano dotati i nuovi stati. Dal canto loro, i liberali sventolavano non solo una logica questione umanitaria, ma anche più pragmatiche sottigliezze d’ambito economico; la preferenza per una manodopera specializzata, pagata e licenziabile in qualsiasi momento (non come lo schiavo, provvisto di vitto e alloggio per tutta la vita). Agli occhi dei liberali americani ed europei lo schiavismo veniva sempre più visto come “un’anomalia per il capitalismo occidentale”9, una macchia da cancellare da un paese “civilizzato” e desideroso di attrarre immigrazione europea con cui sostituire la manodopera schiavile con quella bianca; d’altronde non mancarono, nel corso del secolo, pressioni internazionali per abolirla prima gradualmente e poi completamente. Nella seconda metà del secolo l’impulso liberale portò alla definitiva abolizione della schiavitù nel resto del continente americano; l’ultimo paese ad abrogarla, come si sa, fu il Brasile (1888).

Dopo gli entusiasmi liberali avanzati, se non radicali, coincidenti col periodo antecedente e immediatamente successivo alle guerre d’indipendenza, la crisi generale che colpì le ormai ex-colonie favorì la reazione dei ceti più conservatori e facilitò questi ultimi nel prendere le redini dei nuovi paesi. Infatti, la fase di stagnazione economica e di incertezza politica che afflisse le nuove nazioni almeno fino alla metà del secolo provocò una diminuzione dell’eco liberale nel sub-continente, a completo vantaggio di un netto predominio di linee di pensiero e pratiche di governo tendenzialmente conservatrici. L’avvio di una nuova fase di crescita delle economie sudamericane col graduale inserimento di queste nel circuito di scambi a livello internazionale (dando così inizio, secondo alcuni, a una relazione neo-coloniale tra l’America Latina e l’Europa) faciliterà, invece, la ripresa dell’influenza liberale nel dibattito politico e nella maturazione di una rinnovata opinione pubblica; col conseguente ritorno, più o meno avversato e ritardato, dei liberali al potere10. Se nella prima metà dell’Ottocento primeggiarono i conservatori, nella seconda metà del secolo furono i liberali a riprendere le redini, uno dopo l’altro, degli stati sudamericani; divenendo così nuova forza politica dominante e arrivando spesso a esautorare completamente i loro rivali in una svolta economica quanto politica epocale nel complesso processo di maturazione istituzionale delle giovani nazioni sudamericane. I liberali del 1850, tuttavia, non erano più quelli di venticinque anni prima. Un fondamentale cambio generazionale e culturale, in particolare negli anni ’30-’40 del secolo, aveva prodotto una nuova classe di giovani intellettuali figli d’arte del romanticismo europeo, che dagli scranni del potere avrebbero proposto e attuato politiche più pragmatiche e talvolta discordanti coi loro stessi ideali di gioventù11.

Ovviamente la contrapposizione ideologica fin qui delineata non corrispondeva sempre alla realtà e non era necessariamente così netta. Esistevano tendenze più retrograde e avanzate in entrambi i gruppi, formulate e patrocinate da fazioni interne personaliste o secessioniste. Inoltre, va ricordato che fino alla fine del secolo anche le formazioni politiche meglio organizzate nel continente non riuscirono ad andare oltre le forme di temporanee assemblee di notabili per particolari circostanze, come le battaglie elettorali (antesignane delle moderne conventions). L’adesione popolare per l’una o l’altra parte si intravedeva meglio, dal punto di vista numerico, nelle guerre civili intermittenti che scandirono a lungo l’irregolare attività politica nei distinti paesi, in cui le formazioni politiche con maggior eco nel mondo urbano come rurale potevano attirare numeri non trascurabili in certi scontri armati di particolare risonanza. Solo a partire dalla fine del XIX secolo e ancor più nel corso del Novecento il concetto di partiti di massa sarebbe approdato con basi stabili in America Latina, accompagnandosi a problematiche politiche e sociali inedite che innescarono nuove sfide e inevitabili reazioni nell’accidentato sviluppo democratico del sub-continente.

“Repubblica modello”: il peculiare caso del Cile

A questo punto si ritiene utile, come necessario complemento a questo discorso concettuale, esporre un esempio pratico sullo svolgimento storico della vita politica sudamericana nel XIX secolo, con particolare attenzione a quanto detto finora riguardo i partiti e le idee propugnate e accompagnando le precedenti riflessioni ad alcune argomentazioni dedicate a dei casi nazionali rilevanti e alle correlate pratiche di governo che vennero effettivamente applicate nel sub-continente in questo periodo. Nel suo illuminante studio sul periodo storico delle repubbliche oligarchiche in America Latina (1850-1930), Marcello Carmagnani ha individuato e analizzato brillantemente i casi di Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Venezuela prima e dopo la svolta di metà Ottocento come esempi di transizione politica dal conservatorismo al liberalismo e del passaggio dal caudillismo al potere centralizzato nel più ampio processo storico di nation-building che caratterizzò gli stati sudamericani, con alterno successo, in questa fase12. Viene, dunque, proposta in queste pagine una sintesi esplicativa di quello che può definirsi forse il più emblematico di questi case studies: il peculiare caso del Cile.

In un quadro generale tendenzialmente piuttosto desolante, l’eccezione del Cile di metà Ottocento risalta per la precoce stabilità politica raggiunta da quella che era stata una delle province più remote dell’impero coloniale spagnolo. Ciò non significa che il delicato processo di transizione dall’indipendenza all’organizzazione di istituzioni politiche stabili e durature sia stato tranquillo. Dopo la pacifica rinuncia del leader indipendentista Bernardo O’Higgins (artefice insieme a San Martín dell’indipendenza cilena) dal gravoso ruolo di direttore supremo del nuovo paese nel 1823, i dieci anni successivi furono marcati dall’inquieta quanto entusiasta ansia di sperimentazione politica. In questo breve ma intenso periodo il Cile si diede tre costituzioni, passando dal conservatorismo al federalismo e poi a un liberalismo più accentrato in pochi anni. Già allora il paese risultava politicamente diviso nei due classici partiti: i pelucones (conservatori, così chiamati rimandando alle parrucche aristocratiche dell’Ancién Regime) e i pipiolos (liberali, così chiamati in senso denigratorio, siccome in spagnolo pipiolo indica un giovane ingenuo e senza esperienza). I frequenti cambiamenti istituzionali vennero imposti più con la forza delle armi che con la spinta riformista della classe dirigente nata con la guerra d’indipendenza. A capo dei vari movimenti politici si imposero caudillos carismatici che si presentarono come alfieri dei nuovi ideali; chi per il liberalismo, chi per il federalismo, chi per il conservatorismo. Proprio i conservatori, rimasti relativamente passivi in questa prima fase dominata dai liberali, reagirono all’incerto clima politico scatenando una guerra civile nel 1829-30, da cui uscirono vincitori. Erano insoddisfatti per la direzione politica intrapresa dai governi liberali che, secondo loro, stavano conducendo il paese verso una permanente instabilità generalizzata. I nuovi governanti vollero, invece, imporre un nuovo ordine richiamandosi alle istituzioni tradizionali per favorire la stabilità interna e di conseguenza un incremento del commercio dentro e fuori il paese, favorendo gli interessi delle oligarchie urbane e mercantili cilene. Vollero, dunque, anteporre l’ordine alle libertà civili, imponendo effettivamente, con la longeva Costituzione del 1833, una repubblica presidenzialista marcatamente autoritaria. La fase primigenia del caudillismo come sistema politico sfociò, quindi, in Cile verso un regime autocratico, di cui la carta costituzionale sanciva l’effettivo funzionamento istituzionale13. Principale fautore del nuovo sistema e autentico deus ex machina dietro le quinte della politica cilena nei primi anni del regime conservatore fu Diego Portales (1793-1837), più volte ministro di governo nonché attore fondamentale nel processo di consolidamento della repubblica14.

Come in molti altri casi della storia, anche Portales intese la guerra come opportunità di unire popolo e governo in una lotta collettiva contro un nemico comune. Era la messa in pratica della celebre formula coniata dal sociologo statunitense Charles Tilly: “War made the state, and the state made war”15. Per il caso del Cile, Portales identificò nella Confederazione Peruviano-Boliviana il nemico da annientare per così consolidare definitivamente lo stato, la nazione e l’ordine conservatore in Cile, del quale egli stesso era de facto protettore nonché onnipresente ministro. Questa compagine territoriale disomogenea si era potuta costituire solo grazie all’autoritarismo centralizzatore del suo ideatore, Andrés de Santa Cruz, caudillo dominante boliviano che era riuscito non solo a governare il suo paese imponendo un regime tanto ferreo quanto dinamico, ma anche a unire il suo paese col Perù in una unione confederale con lui stesso come protettore e guida. Il pericolo rappresentato da questo nuovo attore politico e la possibile minaccia concorrenziale per l’egemonia commerciale cilena nel Pacifico spinse Portales a convincere governo e opinione pubblica a dichiarare guerra alla Confederazione. Portales non avrebbe mai visto l’esito della guerra. Venne, infatti, ucciso da un reggimento militare ammutinatosi nel giugno 1837, a pochi mesi dall’inizio del conflitto. Era un segno dell’impopolarità della guerra e del regime che l’aveva voluta, impersonato dal molto influente ministro. Paradossalmente, la tragica fine di Portales lo trasformò in un martire, realizzando ciò che lo statista aveva desiderato dalla guerra: l’union sacrée di governo e popolo. La guerra proseguì fino alla definitiva sconfitta delle forze della Confederazione nella battaglia di Yungay (1839), la cui clamorosa vittoria sancì la nascita dell’odierna identità nazionale cilena. Dal punto di vista diplomatico, la guerra si concluse con l’effettiva divisione tra Perù e Bolivia e il mantenimento dello status quo antecedente alla confederazione; dal punto di vista politico, la vittoria annichilì per un decennio qualunque forma di dissenso concreto contro il regime, che raggiunto il suo principale obiettivo (l’ordine) preparò le basi per il progresso.

Mentre gran parte delle nuove nazioni sudamericane faticavano a trovare una permanente stabilità politica anche dopo decenni dall’indipendenza, già prima della metà del secolo il Cile aveva trovato e perseguito con relativo successo una sua propria strada autonoma. Il nuovo decennio trascorse senza alcun sommovimento degno di nota, scandito piuttosto dalla regolare ciclicità delle istituzioni nazionali. Dal punto di vista economico, la scoperta di ricchi giacimenti minerari nel Norte Chico (la regione più settentrionale del paese fino all’ulteriore espansione territoriale dovuta alla vittoria cilena nella Guerra del Pacifico del 1879-83) innescarono un rinnovato incremento di inversioni statali e private nel settore primario, una crescita significativa delle esportazioni di rame verso l’esterno (in particolare in Gran Bretagna) e l’avvio di un primo programma di opere pubbliche su vasta scala favorito dall’affluenza di capitale cileno quanto inglese. Si configurava così l’inserimento del Cile nel sistema economico occidentale, assumendo il ruolo di paese esportatore di materie prime; soprattutto argento, rame e grano. Inoltre, come per il decennio precedente la vita politica della nazione fu scandita dalla continuità istituzionale di un esecutivo forte e dotato di ampi poteri. La Costituzione del 1833 stabiliva un mandato presidenziale di cinque anni con rieleggibilità immediata per un altro periodo consecutivo e, grazie alla ben calibrata macchina politica governativa, dal 1831 al 1871 il Cile ebbe quattro presidenze decennali.

Alla fine del decennio il Cile poteva vantare un prestigio senza pari tra le repubbliche sudamericane per continuità istituzionale e stabilità politica. L’ordine conservatore funzionava a pieno regime secondo la “formula di Portales”, sintetizzata da Hubert Herring in maniera semplice quanto efficace: “I conservatori governavano, e i liberali si lamentavano”16. Non mancavano, tuttavia, voci dissidenti contro il regime. Ispirata dalla rivoluzione parigina del 1848, una nuova generazione liberale si propose di affrontare l’ordine costituito alle urne, in vista delle elezioni presidenziali del 1851. Per le elezioni di quell’anno i liberali riuscirono a presentare un candidato di facciata per sfidare il governo, che ovviamente vinse la contesa portando alla presidenza Manuel Montt (1809-1880), allievo politico di Portales ed erede del conservatorismo cileno più reazionario. Contando sull’appoggio dei militari in non pochi centri del sud del paese, i liberali reagirono alla sconfitta scatenando una breve ma violenta guerra civile contro il potere centrale, che riuscì, seppur con alcune difficoltà, comunque a sconfiggere i ribelli nel giro di pochi mesi.

Il primo periodo presidenziale di Manuel Montt fu caratterizzato da un’impennata del commercio estero e un importante aumento delle inversioni statali e private in infrastrutture (ferrovie), servizi di pubblica utilità e particolarmente nell’istruzione pubblica. Superata senza particolari complicazioni la rielezione del 1856, nel suo secondo mandato Montt dovette affrontare tre grandi problemi. Anzitutto la crisi economica del 1857, la quale, oltre a dimostrare la crescente dipendenza del Cile dai mercati esteri, provocò una seria recessione che aumentò il malcontento dell’opinione pubblica verso il governo. Gli altri due problemi furono di natura eminentemente politica: la tenace opposizione dei liberali e l’avversione dei conservatori più moderati al governo di Montt. Questi due gruppi giunsero a fare fronte comune contro Mott, unendosi nel 1858 in una coalizione politica, la Fusión Liberal-Conservadora. La nascita della coalizione innescò una nuova crisi politica che sfociò nuovamente nella lotta armata l’anno successivo, anche se più limitata a un tentativo di golpe e di minore portata rispetto alla guerra civile del 1851; anche in questo caso la rivolta venne repressa dall’esercito regolare in poco tempo17. La spinta riformista andava facendosi sempre più forte e in vista delle elezioni presidenziali del 1861 la Fusione propose un candidato di compromesso, il patrizio José Joaquín Peréz (1801-1889). La Fusión e il suo candidato vinsero le elezioni, inaugurando una nuova fase della storia politica cilena: la Republica Liberal (1861-1891). Nel decennio di presidenza di Peréz si verificò il processo politico di “transizione, pacifica e controllata dal governo centrale, dallo stato aristocratico a quello oligarchico”18. Al termine della sua presidenza questa trasformazione poteva dirsi conclusa: il Cile era passato dal regime conservatore a un governo liberale. Durante le presidenze di Peréz (fu rieletto nel 1866 e rimase in carica fino al 1871, divenendo l’ultimo presidente cileno a governare per un decennio ininterrotto) e dei suoi successori il sistema politico cileno andò liberalizzandosi col tempo, relegando i conservatori ai seggi dell’opposizione parlamentare e favorendo un progressivo ma deciso clima di riforme alla Costituzione del 1833 (che rimase comunque ancora in vigore fino al 1925) introducendo nuovi diritti civili, riducendo il periodo presidenziale a un solo mandato ed estendendo il diritto di voto a tutti i maschi adulti alfabetizzati19.

Dal punto di vista strettamente politico, il caso del Cile rappresenta un esempio storico estremamente interessante di un prematuro consolidamento istituzionale guidato e coordinato dalla supremazia dei conservatori, scalzata dopo trent’anni di predominio più grazie alle urne che alle armi, attraverso una delicata ma felice fase di transizione verso l’egemonia liberale dopo la metà del XIX secolo, che inaugurò una nuova fase di riforme politiche in un contesto di netta ripresa economica dopo la recessione del 1857 che perdurò fino a una nuova, più dirompente crisi: il “Panico del 1873” e la successiva depressione.

Conclusioni

Il peculiare caso del Cile si distingue nettamente dalle tinte più fosche e spesso violente che contraddistinsero il passaggio tormentato dal conservatorismo al liberalismo nel corso dell’Ottocento nelle altre nazioni sudamericane. Basti pensare alle lotte fratricide che sconvolsero la Colombia in questo periodo, podromi del Bogotazo del 1948, della Violencia e la guerriglia della seconda metà del secolo scorso, che ha lasciato ferite ancora aperte nella memoria collettiva del paese. Casi di per sé eloquenti sono anche la successione delle diatribe politiche ma più spesso militari per il predominio che hanno scandito l’evoluzione storica di Venezuela, Perù, Ecuador, Argentina e Uruguay; senza dimenticare il microcosmo degli stati dell’America Centrale e dei Caraibi, nonché il caso estremo del Messico della Reforma. Eppure, il caso cileno può comunque definirsi l’eccezione che conferma la regola, visto il retaggio culturale che i principali attori di entrambe le fazioni manifestarono solitamente nelle urne elettorali e occasionalmente nei campi di battaglia o nelle caserme. Dunque, nonostante il carisma, la popolarità o le doti degli esponenti di spicco dei due grandi partiti sudamericani ottocenteschi, i veri protagonisti rimangono le stesse idee con le quali si vuole creare un certo tipo di società politica, utopica o reale.

Se liberali e conservatori, coi rispettivi programmi, spadroneggiarono nell’instabile subcontinente per gran parte del XIX secolo e oltre, nel corso del Novecento si svilupparono o vennero importati nuove ideologie che contraddistinsero il percorso storico dell’America Latina durante il “secolo breve”, sempre rifacendosi alla lotta politica primigenia tra due estremi. È comunque innegabile che i caudillos, i politici di professione o i generali dell’ora della spada, pur potendo anche contare sul fascino della propria personalità più o meno carismatica, non possano evitare di specchiarsi ossessivamente con le idee di cui si propongono come interpreti, finendo spesso per diventarne agenti diretti, volenterosi o meno. Sempre riguardo ai caudillos, Juan Oddone ha giustamente osservato che, pur dovendo sempre tenere conto del contesto sociale, economico e politico da cui sono sorti questi carismatici signori della guerra sudamericani, è comunque innegabile il valore storiografico della biografia singola, siccome “nel loro insieme, aiutano a comprendere meglio il tempo in cui dovettero vivere e il quadro particolare delle regioni in cui agirono”20. Alla fine, le loro stesse traiettorie politico-militari furono condizionate fortemente dagli ideali di cui essi si fecero portavoce, vuoi per sincera convinzione quanto per machiavellico opportunismo. Una volta decaduti, qualcun altro avrebbe proseguito la lotta per mantenere in vita il loro pensiero, proprio come avrebbero fatto un secolo dopo i guerriglieri sparsi per il sub-continente durante la Guerra Fredda.

Sarmiento aveva saggiamente osservato che gli uomini si uccidono, mentre le idee sono immortali. È una riflessione che vale nell’America Latina contemporanea come in quella di duecento anni fa; è semplicemente moderna e, pertanto, indubbiamente valida, oggi come allora.

Bibliografia

Marcello Carmagnani, La grande illusione delle oligarchie. Stato e società in America Latina (1850-1930), Torino, Loescher, 1981.
Simon Collier, Chile: The Making of a Republic, 1830-1865. Politics and Ideas, Cambridge, Cambridge University Press, 2003.
Ludovico Incisa di Camerana, I caudillos. Biografia di un continente, Milano, Corbaccio, 1994.
Alfredo Jocelin-Holt Letelier, Diego Portales, in Alberto Cuevas (a cura di), America Latina, vol. 2, Uomini e idee, Roma, Lavoro, 1995, pp. 411-434.
William F. Sater, Simon Collier, Historia de Chile, 1808-2017, Madrid, Akal, 2018.

  1. Domingo Faustino Sarmiento, Facundo. Civilización y barbarie, edición de Roberto Yahni, Madrid, Catedra, 2019, p. 38. ↩︎
  2. Hubert Herring, Storia dell’America Latina, Milano, Rizzoli, 1971, p. 1022. ↩︎
  3. Riguardo a questo avvenimento aneddotico ma significativo della vita di Sarmiento, per maggiori chiarimenti si legga Allison W. Bunkley, A note on a incident in the Life of Domingo Sarmiento, in “The Hispanic American Historical Review”, Vol. 31, No. 3 (Aug., 1951), pp. 517-520. ↩︎
  4. Riguardo la figura di questo distinto diplomatico e scrittore italiano rimando alle notizie disponibili sul suo conto nell’omonima pagina Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_Incisa_di_Camerana (consultato il 4 giugno 2026). ↩︎
  5. Ludovico Incisa di Camerana, I caudillos. Biografia di un continente, Milano, Corbaccio, 1994, p. 7. ↩︎
  6. H. Herring, Storia dell’America Latina, op. cit., pp. 409-411. ↩︎
  7. Ibidem, pp. 343-349. ↩︎
  8. Charles Gibson, Marcello Carmagnani, Juan Oddone, Nuova storia universale dei popoli e delle civiltà, vol. 15, L’America Latina, Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 1976, pp. 306-307. ↩︎
  9. Ibidem, p. 347. ↩︎
  10. Ibidem, pp. 343-345. ↩︎
  11. Ibidem, pp. 350-351. ↩︎
  12. Marcello Carmagnani, La grande illusione delle oligarchie. Stato e società in America Latina (1850-1930), Torino, Loescher, 1981, in particolare pp. 100-117. ↩︎
  13. Ibidem, p. 115. ↩︎
  14. Sul personaggio e il pensiero di Diego Portales basti qui il rimando ad Alfredo Jocelin-Holt Letelier, Diego Portales, in Alberto Cuevas (a cura di), America Latina, vol. 2, Uomini e idee, Roma, Lavoro, 1995, pp. 411-434. ↩︎
  15. Charles Tilly, Reflections on the History of European State-Making, in C. Tilly (Ed.), The Formation of National States in Western Europe, Princenton, Princenton University Press, 1975, pp. 3-83, infra p. 42. ↩︎
  16. Herring, Storia dell’America Latina cit., p. 918. ↩︎
  17. William F. Sater, Simon Collier, Historia de Chile, 1808-2017, Madrid, Akal, 2018, pp. 150-153. ↩︎
  18. M. Carmagnani, La grande illusione delle oligarchie, op. cit., p. 116. ↩︎
  19. W. F. Sater, S. Collier, Historia de Chile, op. cit., pp. 159-164. ↩︎
  20. C. Gibson, M. Carmagnani, J. Oddone, L’America Latina, op. cit., p. 297. ↩︎

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